SCIASCIA



"  Forse tutta l'Italia va diventando Sicilia... A me è venuta una fantasia, leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso il nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno... La linea della palma... Io invece dico: la linea del caffè ristretto, del caffè concentrato... E sale come l'ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l'Italia, ed e già, oltre Roma.."   ( Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta, 1961)
Leonardo Sciascia (Racalmuto, 8 gennaio 1921 – Palermo, 20 novembre 1989)

Leonardo Sciascia nasce a Racalmuto, in provincia di Agrigento (allora chiamata Girgenti), primo di tre fratelli, da un impiegato, Pasquale Sciascia, e da una casalinga, Genoveffa Martorelli. La madre proviene da una famiglia di artigiani mentre il padre è impiegato presso una delle miniere di zolfo locali e la storia dello scrittore ha le sue radici nella zolfara dove hanno lavorato il nonno e il padre.

A sette anni Sciascia inizia la scuola elementare a Racalmuto e ben presto si dimostra intenso lettore. Nel 1935 si trasferisce con la famiglia a Caltanissetta dove si iscrive all'Istituto Magistrale "IX Maggio" nel quale insegna Vitaliano Brancati, che diventerà il suo modello e che lo guida nella lettura degli autori francesi, mentre l'incontro con un giovane insegnante, Giuseppe Granata (che fu in seguito senatore comunista), gli fa conoscere gli illuministi e la letteratura americana.
Nel capoluogo nisseno trascorrerà gli anni più indimenticabili della sua vita, come lui stesso confessa nella sua autobiografia, fatti delle prime esperienze e delle prime scoperte della vita oltre ad imprimersi la sua formazione culturale.
Richiamato alla visita di leva viene considerato per due volte non idoneo, ma alla terza viene finalmente accettato e assegnato ai servizi sedentari.
Nel 1941 prende il diploma magistrale e nello stesso anno si impiega al Consorzio Agrario, occupandosi dell'ammasso del grano a Racalmuto, dove rimane fino al 1948. Ebbe così modo di avere un rapporto intenso con la piccola realtà contadina.
Nel 1944 si unisce in matrimonio con Maria Andronico, maestra nella scuola elementare di Racalmuto. Da lei Sciascia avrà le sue due figlie, Laura e Anna Maria.
Il suicidio del fratello Giuseppe, avvenuto nel 1948, sconvolge Sciascia lasciandogli un profondo segno nell'animo. Nel 1949 inizia ad insegnare nella scuola elementare di Racalmuto.


Nel 1950 pubblica le "Favole della dittatura", che Pier Paolo Pasolini nota e recensisce.
Il libro comprende ventisette brevi testi poetici.
Nel 1952, esce la raccolta di poesie La Sicilia, il suo cuore, che viene illustrata con disegni dello scultore catanese Emilio Greco.
Nel 1953 vince il Premio Pirandello, assegnatogli dalla Regione Siciliana per il suo saggio "Pirandello e il pirandellismo".
Inizia nel 1954 a collaborare a riviste antologiche dedicate alla letteratura e agli studi etnologici, assumendo l'incarico di direttore di «Galleria» e de «I quaderni di Galleria» edite dall'omonimo Salvatore Sciascia di Caltanissetta.
Nel 1954 Italo Calvino scrive, riferendosi a un'opera di Sciascia:
 « Ti accludo uno scritto d'un maestro elementare di Racalmuto (Agrigento) che mi sembra molto impressionante »
 (Lettera di Italo Calvino a Alberto Carocci, 8 ottobre 1954)

Nel 1956 pubblica "Le parrocchie di Regalpetra", una sintesi autobiografica dell'esperienza vissuta come maestro nelle scuole elementari del suo paese. Nello stesso anno viene distaccato in un ufficio scolastico di Caltanissetta.

Nell'anno scolastico 1957-1958 viene assegnato al Ministero della Pubblica Istruzione a Roma e in autunno pubblica i tre racconti che vanno sotto il titolo "Gli zii di Sicilia".
La breve raccolta si apre con la "La zia d'America", un tentativo di dissacrare il mito dello "Zio Sam", visto come dispensatore di doni e libertà.
Il secondo racconto è intitolato "La morte di Stalin", nel quale, ancora una volta, il personaggio è un mito, quello del comunismo che viene incarnato, agli occhi del siciliano Calogero Schirò, da Stalin.
Il terzo racconto, "Il quarantotto", è ambientato nel periodo del Risorgimento (precisamente tra il 1848 e il 1860) e tratta del tema dell'unificazione del Regno d'Italia vista attraverso gli occhi di un siciliano. Nel racconto l'autore vuole mettere in evidenza l'indifferenza ed il cinismo della classe dominante affrontando un tema già trattato da Federico De Roberto ne I Viceré (1894) e da Giuseppe Tomasi di Lampedusa ne Il Gattopardo.
Alla raccolta si aggiunge, nel 1960, un quarto racconto, "L'antimonio", che ebbe favorevole consenso della critica ed al quale Pasolini dedicherà un articolo sulla rivista Officina. In esso si narra la storia di un minatore che, scampato ad uno scoppio di grisou (chiamato dagli zolfatari antimonio), parte come volontario per la guerra d'Abissinia ed, in seguito, per la guerra civile in Spagna.

Sciascia rimane a Roma un anno e al suo ritorno si stabilisce con la famiglia a Caltanissetta, assumendo un impiego in un ufficio del Patronato scolastico.
Nel 1961 esce "Il giorno della civetta" con il quale lo scrittore indica nel giallo il genere di riferimento delle sue opere. Al romanzo si ispira il film omonimo del regista Damiano Damiani, uscito nel 1968.
Gli anni sessanta vedranno nascere alcuni dei romanzi più sentiti dallo stesso autore, dedicati alle ricerche storiche sulla cultura siciliana.
Nel 1963 pubblica "Il consiglio d'Egitto", ambientato in una Palermo del '700 dove vive e agisce un abile falsario, l'abate Giuseppe Vella, che "inventa" un antico codice arabo che dovrebbe togliere ogni legittimità ai privilegi e ai poteri dei baroni siciliani a favore del Viceré Caracciolo.
Nel 1964 pubblica il breve saggio o racconto, come dice lo stesso Sciascia nella prefazione alla ristampa del 1967, "Morte dell'Inquisitore", ambientato nel '600, che prende spunto dalla figura dell'eretico siciliano fra' Diego La Matina, vittima del Tribunale dell'Inquisizione, che uccide Juan Lopez De Cisneros, inquisitore nel Regno di Sicilia.
La Compagnia del Teatro Stabile di Catania, diretta da Turi Ferro, mette in scena "Il giorno della civetta", con la riduzione teatrale di Giancarlo Sbragia.
Risale al 1965 il saggio "Feste religiose in Sicilia", che fa da cornice alla presentazione ad una raccolta fotografica ad opera di Ferdinando Scianna, fotografo di Bagheria, dove torna l'accostamento della Sicilia alla Spagna, soprattutto per quanto riguarda il valore e l'importanza, in ambedue le società, della superstizione religiosa e del mito.
Sempre nel 1965 esce la sua commedia "L'onorevole" che è una impietosa denuncia delle complicità tra governo e mafia.
Nel 1966 ritorna con un romanzo, A ciascuno il suo, che riprende le modalità del "giallo" già utilizzate ne "Il giorno della civetta".
La vicenda narrata è quella di un professore di liceo, Paolo Laurana, che inizia per curiosità personale le indagini sulla morte del farmacista del paese e dell'amico dottore, ma che si scontra con il silenzio di tutti i paesani, silenzio dovuto alla paura ed alla corruzione. Come commento alla tenacia nelle indagini del professore e alla sua tragica fine, l'explicit del libro si risolve in una frase lapidaria:
 « "Era un cretino." disse don Luigi »
  Dal romanzo, il regista Elio Petri trae, nel 1967, il film omonimo.
Nel 1967 si trasferisce a Palermo per seguire negli studi le figlie e per scrivere.
Esce intanto per l'editore Mursia una antologia "Narratori di Sicilia", curata da Sciascia in collaborazione con Salvatore Guglielmino.
Nel 1969 inizia la sua collaborazione con il Corriere della Sera e pubblica "Recitazione della controversia liparitana dedicata ad A.D.", che racconta, attraverso una rappresentazione teatrale, la controversia per la vendita di una partita di ceci per la quale il vescovado di Lipari non vuole pagare la tassa (siamo all'inizio del '700). Il vescovo aveva scomunicato i gabellieri, ma il re, mediante l'appello per abuso, aveva annullato la scomunica. La storia, apparentemente banale, in realtà denuncia i rapporti tra Stato-guida dell'ex Urss e gli Stati satelliti. Le iniziali A.D. identificano Alexander Dubček, che fu protagonista nel 1968 della Primavera di Praga.
Nel 1970 Sciascia va in pensione e pubblica la raccolta di saggi "La corda pazza", nella quale l'autore chiarisce la propria idea di "sicilitudine" e dimostra una rara sensibilità artistica espressa per mezzo di sottili capacità saggistiche. Quest'opera riporta, già dal titolo, a Luigi Pirandello che nel suo libro "Berretto a sonagli" sostiene che ognuno di noi ha in testa "come tre corde d'orologio, quella "seria", quella "civile", quella "pazza"".
Sciascia vuole indagare sulla "corda pazza" che, a suo parere, coglie le contraddizioni e le ambiguità ma anche la forza razionalizzante di quella Sicilia che è tanto oggetto dei suoi studi.
Il 1971 è l'anno de "Il contesto", con il quale l'autore ritorna al genere poliziesco.
La vicenda si svolge intorno all'ispettore Rogas che deve risolvere una complicata vicenda che origina da un errore di giustizia e una serie di omicidi di giudici. Benché il romanzo sia ambientato in un paese immaginario, il lettore riconosce senza sforzo l'Italia contemporanea. Il libro desta molte polemiche, più politiche che estetiche, alle quali Sciascia non vuole partecipare, ritirando così la candidatura del romanzo al premio Campiello.
Dal romanzo venne ispirato il film di Francesco Rosi, uscito nel 1976 ed intitolato Cadaveri eccellenti.
Con gli "Atti relativi alla morte di Raymond Roussel" del 1971, si comprende che in Sciascia la propensione ad includere la denuncia sociale nella narrazione di episodi veri di cronaca nera si fa sempre più forte. Così sarà ne "I pugnalatori" del 1976 e ne "L'affaire Moro" del 1978.
Nel 1973 pubblica "Il mare colore del vino" e scrive la prefazione ad un'edizione della "Storia della colonna infame" di Alessandro Manzoni.
Nel 1974 pubblica la prefazione ad una ristampa dei "Dialoghi" dello scrittore greco Luciano di Samosata dal titolo "Luciano e le fedi".
Esce intanto Todo modo, un libro che parla "di cattolici che fanno politica" e che viene stroncato dalle gerarchie ecclesiastiche. Il racconto, di genere poliziesco, è ambientato in un eremo/albergo dove si effettuano esercizi spirituali. In questo luogo, durante il ritiro annuale di un gruppo di "potenti", tra i quali cardinali, uomini politici e industriali, si verifica una serie di inquietanti delitti.
Anche da questo romanzo verrà tratto un film dallo stesso titolo diretto dal regista Elio Petri nel 1976.

Alle elezioni comunali di Palermo nel giugno 1975 lo scrittore si candida come indipendente nelle liste del PCI; viene eletto con un forte numero di preferenze, ottenendo il secondo posto come numero di preferenze dopo Achille Occhetto, segretario regionale del partito, e davanti ad un altro illustre candidato, Renato Guttuso.
Nello stesso anno pubblica "La scomparsa di Majorana", una indagine sulla scomparsa del fisico Ettore Majorana avvenuta negli anni trenta.
Nel 1976 esce una ristampa delle commedie "L'onorevole" e "Recitazione della controversia liparitana" con l'aggiunta de "I mafiosi". Nello stesso anno pubblica l'indagine "I pugnalatori", un libro inchiesta su una vicenda avvenuta a Palermo nel 1862 che vide uccise a pugnalate 13 persone.
All'inizio del 1977 Sciascia si dimette dalla carica di consigliere del PCI. La sua contrarietà al compromesso storico e il rifiuto per certe forme di estremismo lo portano infatti a scontri molto duri con la dirigenza del Partito comunista.
Nel 1979 pubblica "Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia", dove è chiaro il riferimento al "Candido" di Voltaire.

Nel giugno del 1979 accetta la proposta dei Radicali e si candida sia al Parlamento europeo sia alla Camera. Eletto in entrambe le sedi istituzionali opta per Montecitorio, dove rimarrà fino al 1983 occupandosi quasi esclusivamente dei lavori della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l'assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia.
In questi anni aumenta i suoi viaggi a Parigi e si intensificano i contatti con la cultura francese e nel 1978 pubblica "L'affaire Moro" sul sequestro e il processo nella cosiddetta "prigione del popolo" ad Aldo Moro organizzato dalle Brigate Rosse.
Esce in quell'anno "Nero su Nero", una raccolta di commenti ai fatti relativi al decennio precedente, "La Sicilia come metafora", un'intervista di Marcelle Padovani e "Dalle parti degli infedeli", lettere di persecuzione politica inviate negli anni cinquanta dalle alte gerarchie ecclesiastiche al vescovo Patti, con il quale inaugura la collana della casa editrice Sellerio intitolata "La memoria" che festeggia nel 1985 la centesima pubblicazione con le sue "Cronachette".
Nel 1980 pubblica "Il volto sulla maschera" e la traduzione di un'opera di Anatole France, "Il procuratore della Giudea".
Nel 1981 pubblica "Il teatro della memoria" e, in collaborazione con Davide Lajolo, "Conversazioni in una stanza chiusa".
Nel 1982 esce "Kermesse" e "La sentenza memorabile", nel 1983 "Cruciverba", una raccolta di suoi scritti già pubblicati su riviste, giornali e prefazioni a libri.
Pubblica nel 1984 "Stendhal e la Sicilia", un saggio per commemorare la nascita dello scrittore francese.
Gli ultimi anni di vita dello scrittore sono segnati dalla malattia che lo costringe a frequenti trasferimenti a Milano per curarsi ma egli continua, sia pure con fatica, la sua attività di scrittore.
Nel 1985 pubblica "Cronachette" e "Occhio di capra", una raccolta di modi di dire e proverbi siciliani, e nel 1986 "La strega e il capitano", un saggio per commemorare la nascita di Alessandro Manzoni.
Carichi di tristi motivi autobiografici sono i brevi romanzi gialli "Porte aperte" del 1987, "Il cavaliere e la morte" del 1988 e "Una storia semplice", ispirato al furto della Natività con i santi Lorenzo e Francesco d'Assisi del Caravaggio, che uscirà in libreria il giorno stesso della sua morte.

Nel 1987 cura una mostra molto suggestiva, all'interno della Mole Antonelliana a Torino, dal titolo "Ignoto a me stesso" (aprile-giugno). Erano esposte quasi 200 rare fotografie scelte da Leonardo Sciascia e concesse in originale da importanti istituzioni di tutto il mondo.
Si tratta di ritratti di scrittori famosi, dai primi dagherrotipi ai giorni nostri, da Edgar Allan Poe a Rabindranath Tagore a Gorkij a Jorge Luis Borges.
Il catalogo viene stampato da Bompiani e oltre il saggio di Sciascia "Il ritratto fotografico come entelechia" contiene 163 ritratti e altrettante citazioni dei relativi scrittori. La chiave della mostra è forse la citazione di Antoine de Saint-Exupéry:
 « Non bisogna imparare a scrivere ma a vedere. Scrivere è una conseguenza »  
Pochi mesi prima di morire scrive "Alfabeto pirandelliano", "A futura memoria (se la memoria ha un futuro)", che verrà pubblicato postumo, e "Fatti diversi di storia letteraria e civile" edito da Sellerio.

Leonardo Sciascia muore a Palermo il 20 novembre 1989 . Al funerale viene ricordato da numerose parole di stima, fra cui quelle del grande amico Gesualdo Bufalino.
È sepolto nel cimitero di Racalmuto, suo paese natale; sulla lapide bianca una sola frase:
 « Ce ne ricorderemo di questo pianeta »  Epitaffio sulla tomba di Sciascia, la citazione è di Auguste de Villiers de L'Isle-Adam


 L'attività giornalistica di Sciascia 


Oltre all'attività letteraria, Sciascia ebbe anche un'intensa esperienza giornalistica, scrivendo per numerosi giornali e riviste italiane.
In particolare Sciascia collaborò sin dal 1955 con il quotidiano palermitano L'Ora, scrivendo sulle pagine culturali e tenendovi una rubrica fissa, il Quaderno, tra 1964 e il 1968.
Su Il Corriere della Sera la sua collaborazione è alterna: dal 1969 al 1972.
Se ne allontana “simbolicamente” il 10 gennaio 1987, giorno della pubblicazione dell’articolo sui professionisti dell’antimafia. Su La Stampa suoi articoli compaiono già dal 1972, ma collabora col quotidiano torinese più assiduamente dopo aver rotto con Il Corriere della Sera. Collabora anche con Malgrado Tutto, piccolo periodico di Racalmuto, a cui Sciascia collabora fin dalla nascita.
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 La polemica sull'antimafia 

Sul Corriere della Sera il 10 gennaio 1987, Sciascia pubblicò l'articolo "I professionisti dell'antimafia", nel quale stigmatizzava fortemente il comportamento di alcuni magistrati palermitani del pool antimafia, i quali a suo parere si erano macchiati di carrierismo, utilizzando la sacrosanta battaglia per la rinascita morale della Sicilia come titolo di merito all'interno del sistema correntizio delle promozioni in magistratura.
Dopo la pubblicazione dell'articolo Sciascia fu bersagliato dagli attacchi di molte personalità della cultura e della politica e venne isolato dalle maggiori forze politiche, eccezion fatta per i Radicali ed i Socialisti. L'associazione Coordinamento Antimafia, che dallo scrittore venne definita «una frangia fanatica e stupida», lo tacciò d'essere un quaquaraquà «ai margini della società civile» e Marcelle Padovani, sulle colonne del Nouvel Observateur, accusò Sciascia di avanzare «misere polemiche» a causa del suo «incoercibile esibizionismo».[
Era il gennaio del 1987 quando Sciascia uscì definitivamente dall’alveo del “politically correct”.
Dopo romanzi di critica e denuncia, dopo l’abiura del comunismo (di cui era sempre stato seguace poco ortodosso) e l’ingresso nelle file del Partito Radicale, decise di compiere il passo finale.
A fornire lo spunto dell'articolo era un libro di Christopher Duggan, ricercatore a Oxford e allievo di Denis Mack Smith, che raccontava la parabola di Cesare Mori, il castigamatti della mafia durante il Ventennio fascista.
Sciascia aveva già trattato l’argomento, seppur di passaggio, nel “Giorno della Civetta” esprimendo una tesi lapidaria. Aveva riconosciuto gli innegabili successi di Mori ammonendo però che essi furono raggiunti a prezzo del sacrificio della libertà personale e dell’instaurazione di un clima da Far West.
Adesso, affrontando il tema in maniera più specifica, raffinava la sua tesi e inseriva il contrasto di Mori alla mafia nel quadro più ampio delle lotte interne al partito fascista. In Sicilia e in tutto il Paese, diceva, la vita del fascismo fu caratterizzata dalla dialettica, prima aspra e poi via via più sfumata, tra un’ala conservatrice tutta ordine e disciplina, di cui Mori faceva parte, e un’ala rivoluzionaria di ascendenza socialista e anarchica.
Il contrasto di Mori alla mafia, condotto con strumenti eccezionali e senza alcuno scrupolo, salutato dall’opinione pubblica con straordinario favore, servì all’ala conservatrice per conquistare definitivamente la supremazia nel partito e imprimere la sua forma sul regime.
Da questa vicenda Sciascia traeva una morale scomoda e tutt’altro che “storica”: l’antimafia, adoperata con abilità e spregiudicatezza, può diventare un formidabile strumento per fare carriera, procurarsi il consenso del pubblico, acquisire crediti da spendere in qualsivoglia impresa.
Ne seguiva un’invettiva contro quei sindaci che marciano nei cortei antimafia, parlano ai raduni e nelle scuole e magari non si occupano dei problemi concreti delle loro città, ma che nessuno si sognerebbe mai di rimuovere, per via dei meriti acquisiti “in trincea”. E ancora, si tirava in ballo un lampante esempio di malfunzionamento della magistratura: la nomina a procuratore di Marsala di Paolo Borsellino, in spregio alla graduatoria degli aventi diritto e alle regole di anzianità, per “una specifica e particolarissima competenza professionale nel settore della delinquenza organizzata di stampo mafioso”.
Nel gennaio del 1987 la provocazione di Sciascia destò scalpore. Quasi trent’anni prima lo scrittore aveva mostrato all’Italia l’esistenza della mafia, squarciando una spessa cortina di pudori, silenzi compiaciuti, omertà; e adesso che l’onda dell’antimafia montava in tutto il Paese, sceglieva di andare controcorrente.
I pochi coraggiosi del Comitato Antimafia di Palermo potevano ancora sentirsi isolati ma era indubbio che il clima italiano stava cambiando: Sciascia esibiva gli allori, riportava stralci dei suoi capolavori per testimoniare che era quello di sempre, che la sua posizione non era cambiata, e intanto puntava il dito contro incongruenze e degenerazioni della lotta alla mafia, bacchettava i novellini che accampavano meriti senza averli.
C’era in questo sfogo un po’ di civetteria, l’amarezza di vedersi scavalcato da nuovi, rampanti ed equivoci anti-mafiosi; ma c’era anche un tratto profondo dello Sciascia uomo: la coerenza, il puntiglio, l’intransigenza.
Nei giorni, mesi e anni successivi l’articolo di Sciascia suscitò un putiferio. In un comunicato, il Comitato antimafia di Palermo bollò lo scrittore come un “quaquaraquà”, prendendogli a prestito la definizione, e lo accusò di seminare zizzania nel fronte, già esiguo e spaurito, degli avversari di Cosa Nostra. I soliti detrattori gli rimproverarono di cantare nei suoi libri l’epopea della mafia, in un certo senso di mitizzarla. Qualcuno insinuò che della mafia Sciascia avesse una conoscenza intima, quasi “familiare”, adombrando pericolose collusioni. Nessuno si sforzò di leggere tra le righe.
L’Italia che ama i discorsi nel merito e assai poco quelli sul metodo, fece quello che sa fare meglio. Trasformare un ragionamento di principi, correttamente ancorato a esempi pratici, in un atto di diffamazione e a sua volta schierarsi, dividersi tra sostenitori (pochi) e contestatori (un indecoroso sproposito). . Significava svuotare di ogni logica le parole dello scrittore, renderle imperdonabili, disperderne l’alto valore civile e il significato profetico.
A distanza di anni, anche la vedova di Borsellino ha riconosciuto che “Sciascia aveva capito tutto in anticipo”. Il carrierismo, in magistratura come altrove, è un male serio: un egoismo insano proiettato sul successo professionale e la scalata del cursus honorum. Riportando le circostanze della nomina del nuovo procuratore di Marsala Sciascia non si limitava a stigmatizzare il caso concreto. Offriva un esempio per rintracciare un fenomeno più ampio. E certamente non voleva attaccare Borsellino, che della vicenda era oggetto inconsapevole o, al limite, involontario complice.
Del resto i “protagonisti dell’antimafia”, quelli veri e coscienziosi, da sempre si abbeveravano al magistero dello scrittore di Racalmuto: la sua analisi storica e culturale era una base indispensabile per capire le origini e lo sviluppo di Cosa Nostra, la situazione descritta all’inizio degli anni ’60 nel “Giorno della civetta” era ancora in gran parte attuale. Borsellino in particolare, nelle ultime drammatiche circostanze della sua vita, amava ripetere alla maniera di un motto una frase inquietante e profetica:”Chi ha paura muore tutti i giorni, chi non ha paura muore una volta sola”. Si tratta, riveduta e corretta, di una frase che lo stesso Sciascia usa per descrivere un personaggio minore del “Giorno della civetta”, il miserabile Parrinieddu, bracciante della mafia e spia della polizia per necessità. Il quale “per la paura di morire ogni giorno affrontava la morte”.
Piuttosto che un’aggressione contro personaggi in voga ma a lui sgraditi, l’articolo di Sciascia era una riflessione circostanziata sui sintomi del malcostume italiano: sull’approssimazione e la superficialità, sull’apparenza che scalza la sostanza, sull’insofferenza a ogni forma di disciplina, anche interiore.
Era pure un atto d’accusa contro la giustizia, cui Sciascia imputava un’irresistibile tendenza all’astruso e all’incomprensibile, l’uso di uno stile farraginoso eppure ermetico.
Un classico… Ma in bocca al maestro degli arzigogoli e della prosa “barocca” l’accusa suonava doppiamente grave. Poter scrivere “difficile” e farsi lo stesso capire, come Sciascia dimostrava, voleva dire che al garbuglio la giustizia italiana aveva un’autentica vocazione.
Ovviamente non era solo questione di forma. Agli occhi di Sciascia il sistema giudiziario peccava di irrazionalità, diffusa immoralità, endemica amoralità. Se la legge che rinuncia ai lumi della ragione è pericolosa, quella che si stacca dalla morale (morale “naturale” e dunque razionalista), quella meccanica e animalesca di Mori, è addirittura mostruosa. Quanto alla legge immorale, la legge che la morale infrange, essa è né più né meno mafia. La discrezionalità, l’arbitrio, la mancanza di trasparenza, che il caso della nomina di Borsellino denotava, bruciavano a Sciascia al punto da risultargli intollerabili..
La sfida, la vera sfida, per lui era vincere la mafia nei limiti angusti della legge, senza indulgere a derive autoritarie o deliri di onnipotenza, senza cedere alla comodità, all’abitudine, alla “via breve” che la mafia avevano generato.
Rileggendo dopo oltre vent’anni l’articolo dello scandalo, si scopre che lo Sciascia “giornalista” si concilia perfettamente con lo Sciascia scrittore. E il suo messaggio appare chiaro, più chiaro fuori dalle nubi della polemica. Vincere la mafia richiede lo sforzo di vincere due volte. Vincerla e staccarsene nettamente, schiacciarla affermando una superiore dignità, un primato morale. Per questo, crede Sciascia, i nemici della mafia non possono venir meno all’humanitas, derogare alle regole e al governo della ragione. Per questo, fino a quando il Paese non si assoggetterà a una morale che la giustizia per prima accolga e rappresenti, la mafia non sarà battuta. 
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 Opere


Favole della dittatura, Roma, Bardi, 1950.
La Sicilia, il suo cuore, con disegni di E. Greco, Roma, Bardi, 1952.
Pirandello e il pirandellismo, con lettere inedite di Luigi Pirandello a A. Tilgher, Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia, 1953.
Le parrocchie di Regalpetra, 1a ed. Roma-Bari, Laterza, 1956.
Le parrocchie di Regalpetra, 2a ed. (con l'aggiunta del capitolo La neve, il Natale), Roma-Bari, Laterza, 1963.
Gli zii di Sicilia, 1a ed. Torino, Einaudi, 1958.
Gli zii di Sicilia, 2a ed. (con l'aggiunta del racconto L'antimonio), Torino, Einaudi, 1961.
Il giorno della civetta, Torino, Einaudi, 1961.
Pirandello e la Sicilia, Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia, 1961.
Il consiglio d'Egitto, Torino, Einaudi, 1963.
Morte dell'Inquisitore, Roma-Bari, Laterza, 1964.
L'onorevole, Torino, Einaudi, 1965.
A ciascuno il suo, 1a ed. Torino, Einaudi, 1966.
A ciascuno il suo, 2a ed. Torino, Einaudi, 1967.
Racconti siciliani, con acquaforte di E. Greco (poi in Il mare colore del vino), Urbino, Istituto Statale d'Arte, 1966.
Recitazione della controversia liparitana dedicata ad A.D., Torino, Einaudi, 1969.
La corda pazza. Scrittori e cose della Sicilia, Torino, Einaudi, 1970.
Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, 1a ed. con un saggio di G. Macchia e un'incisione di F. Clerici, Palermo, Edizioni Esse, 1971.
Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, 2a ed. Palermo, Sellerio, 1979.
Il contesto. Una parodia, Torino, Einaudi, 1971.
Il mare color del vino, Torino, Einaudi, 1973.
Todo modo, Torino, Einaudi, 1974.
La scomparsa di Majorana, 1a ed. Torino, Einaudi, 1975.
La scomparsa di Majorana, 2a ed. con una postfazione di L. Ritter Santini, Torino, Einaudi, 1985.
I Pugnalatori, Torino, Einaudi, 1976.
Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia, Torino, Einaudi, 1977.
L'affaire Moro, 1a ed. Palermo, Sellerio, 1978.
L'affaire Moro, 2a ed. accresciuta della Relazione di minoranza presentata dal deputato Leonardo Sciascia, Palermo, Sellerio, 1983.
Dalle parti degli infedeli, Palermo, Sellerio, 1979.
Nero su nero, Torino, Einaudi, 1979.
Il teatro della memoria, Torino, Einaudi, 1981.
Kermesse, (poi in Occhio di capra), Palermo, Sellerio, 1982.
La sentenza memorabile, Palermo, Sellerio, 1982.
Cruciverba, Torino, Einaudi, 1983.
Stendhal e la Sicilia, (poi in Fatti diversi di storia letteraria e civile), Palermo, Sellerio, 1984.
Occhio di capra, 1a ed. Torino, Einaudi, 1984.
Occhio di capra, 2a ed. (edizione ampliata), Milano, Adelphi, 1990.
Cronachette, Palermo, Sellerio, 1985.
Per un ritratto dello scrittore da giovane, Palermo, Sellerio, 1985.
La strega e il capitano, Milano, Bompiani, 1986.
1912+1, Milano, Adelphi, 1987.
Porte aperte, Milano, Adelphi, 1987.
Il cavaliere e la morte, Milano, Adelphi, 1988.
Alfabeto pirandelliano, Milano, Adelphi, 1989.
Fatti diversi di storia letteraria e civile, Palermo, Sellerio, 1989.
Una storia semplice, Milano, Adelphi, 1989.
A futura memoria (se la memoria ha un futuro), Milano, Bompiani, 1989.


Monografie dedicate a Leonardo Sciascia

Andrea Camilleri, Un onorevole siciliano. Le inchieste parlamentari di Leonardo Sciascia, Bompiani, 2009. ISBN 978-88-452-6351-4
Filippo Cilluffo, Leonardo Sciascia: cinque immagini della Sicilia, Fondazione Ignazio Mormino, Palermo, 1965
Walter Mauro, Leonardo Sciascia, La Nuova Italia, Firenze, 1970 (e poi 1973, edizione ampliata e riveduta)
Claude Ambroise, Invito alla lettura di Sciascia, Mursia, Milano, 1974 (e poi 1983, edizione riveduta e ampliata)
Leonardo Sciascia, La Sicilia come metafora, Intervista di Marcelle Padovani, Milano, Mondadori, 1979. ISBN 880433004X
Antonio Di Grado, Leonardo Sciascia. La figura e l'opera, Il Pungitopo, Marina di Patti, 1992.
Antonio Di Grado, Quale in lui stesso alfine l'eternità lo muta, Sciascia, Caltanissetta, 1999.
Gaetano Compagnino, Leonardo Sciascia nella terra dei letterati, Catania, Bonanno Editore, 1994.
Massimo Onofri, Storia di Sciascia, 1a ed. Laterza, 1994. ISBN 9788842072171
Massimo Onofri, Sciascia, Einaudi, 2002. ISBN 9788806156459
Matteo Collura, Il maestro di Regalpetra. Vita di Leonardo Sciascia, Longanesi, 1996. ISBN 9788878187658
Matteo Collura, Leonardo Sciascia. La memoria, il futuro, Bompiani, 1999. ISBN 9788845238635
Matteo Collura, Alfabeto eretico. Da Abbondio a Zolfo: 50 voci dall'opera di Sciascia per capire la Sicilia e il mondo d'oggi, Longanesi, 2002. ISBN 9788830418837
Matteo Collura, I luoghi del romanzo. Pirandello, Tomasi di Lampedusa, Sciascia, Angelo Pitrone, Sciascia, 2004. ISBN 9788882411954
Matteo Collura, L'isola senza ponte. Uomini e storie di Sicilia, Longanesi, 2007. ISBN 9788830424500
Matteo Collura, Alfabeto Sciascia, Longanesi, 2009. ISBN 9788830427334
Pino Silvestro, Le epigrafi di Leonardo Sciascia, Sellerio, 1996. ISBN 9788838913174
V. Fascia, F. Izzo, A. Maori, La memoria di carta: Bibliografia delle opere di Leonardo Sciascia, Edizioni Otto/Novecento, Milano, 1998
Giuseppe Traina, Leonardo Sciascia, Milano, Bruno Mondadori editore, 1999. ISBN 8842494895
Valter Vecellio (a cura di), L'uomo solo: L'Affaire Moro di Leonardo Sciascia, Edizioni La Vita Felice, Milano, 2002
Valter Vecellio, Saremo perduti senza la verità, Edizioni La Vita Felice, Milano, 2003
G. Jackson, Nel labirinto di Sciascia, Edizioni La Vita Felice, Milano, 2004
Lanfranco Palazzolo. Leonardo Sciascia. Deputato Radicale, 1979-1983. Kaos edizioni, 2004. ISBN 88-7953-128-X.
E. Palazzolo, Sciascia. Il romanzo quotidiano, Edizioni Kalós, 2005
L. Pogliaghi (a cura di), Giustizia come ossessione: forme della giustizia nella pagina di Leonardo Sciascia, Edizioni La Vita Felice, Milano, 2005
J. Cannon, The Novel As Investigation: Leonardo Sciascia, Dacia Maraini, and Antonio Tabucchi, Toronto Italian studies, Toronto: University of Toronto Press, 2006.
M. D'Alessandra e S. Salis (a cura di), Nero su giallo: Leonardo Sciascia eretico del genere poliziesco, Edizioni La Vita Felice, Milano, 2006.
P. Milone, L'enciclopedia di Leonardo Sciascia: caos, ordine e caso : atti del 10 ciclo di incontri (Roma, gennaio-aprile 2006). Quaderni Leonardo Sciascia, 11. Milano: La Vita Felice, 2007.
G. Lombardo, Il critico collaterale: Leonardo Sciascia e i suoi editori, Collana Porte Aperte. Milano: La Vita Felice, 2008.
R. Martinoni(curatore) Troppo poco pazzi. Leonardo Sciascia nella libera e laica svizzera, Collana Sciascia scrittore europeo. Firenze: Leo S. Olschki,(in preparazione)
Giuseppe Traina, La soluzione del cruciverba. Leonardo Sciascia fra esperienza del dolore e resistenza al Potere, Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia editore, 1994.
Giuseppe Traina, In un destino di verità. Ipotesi su Sciascia, Milano, La Vita Felice, 1999.
Giuseppe Traina, Una problematica modernità. Verità pubblica e scrittura a nascondere in Leonardo Sciascia, Acireale-Roma, Bonanno editore, 2009.
Aa.Vv. Leonardo Sciascia e la giovane critica (a cura di F. Morello, A. Schembari, G. Traina), Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia editore, 2009: contiene saggi di Agnese Amaduri, Claudia Carmina, Anna Carta, Maria Giuseppina Catalano, Alessandro Cinquegrani, Marcello D'Alessandra, Davide Dalmas, Salvatore Ferlita, Gabriele Fichera, Giuseppe Giglio, Gian Paolo Giudicetti, Mariagiovanna Italia, Fabio Moliterni, Flora Monello, Maria Panetta, Francesco Pontormo, Ivan Pupo, Maria Rizzarelli, Andrea Schembari, Javier Serrano, Samantha Viva.


Films tratti da opere di Leonardo Sciascia:


1967: A ciascuno il suo di Elio Petri;
1968: Il giorno della civetta di Damiano Damiani;
1969: Un caso di coscienza di Giovanni Grimaldi, tratto dal racconto omonimo contenuto ne Il mare colore del vino;
1971: Gioco di società di Giacomo Colli, film per la TV tratto dal racconto omonimo contenuto ne Il mare colore del vino;
1972: Storia dell'emigrazione di Alessandro Blasetti, film per la TV tratto dal racconto Il lungo viaggio contenuto ne Il mare colore del vino;
1976:
Cadaveri eccellenti di Francesco Rosi, tratto dal romanzo Il contesto;
Todo modo di Elio Petri;
Una vita venduta di Aldo Florio, dalla novella L'antimonio;
1978: Grand Hotel des Palmes di Memé Perlini, liberamente ispirato al libro Atti relativi alla morte di Raymond Roussel;
1982: Candido di Roberto Guicciardini, film per la TV;
1982: Western di cose nostre di Pino Passalacqua, film per la TV tratto dal racconto omonimo contenuto ne Il mare colore del vino;
1989: Gioco di società di Nanni Loy, film per la TV tratto dal racconto omonimo contenuto ne Il mare colore del vino;
1990:
1991: Una storia semplice di Emidio Greco;
2000: Ce ne ricorderemo, di questo pianeta. Un sogno di Sciascia in Sicilia di Davide Camarrone e Salvo Cuccia;
2001: Il consiglio d'Egitto di Emidio Greco.