mercoledì 31 ottobre 2012

IL PIRRO DE NOANTRI...



COSE DA PAZZI......SE SONO ANCORA VIVI....!!!!!!!


I cosidetti patetici "vincitori" alla Bersani,dovrebbero solo rallegrarsi di essere ancora vivi.....
Il 53% di astenuti (più schede bianche e nulle) sommato al 18% di Grillo,vuol dire che circa i tre quarti del popolo ne hanno le palle piene di questa muffa politica che appesta l'Italia e che sono anche stanchi di partecipare a questo rito funerario dell'urna che serve solo a perpetuare un potere indecente.
Vedrete che inciuci faranno per stare a galla ...! Governabilità,zero.
Mai come questa volta l'astensione ha voluto dire rifiuto consapevole di questo bordello politico,di questo sistema...
Con un risultato così a livello nazionale,li mandiamo tutti a casa....capirai che autorevolezza avrebbe un tal parlamento e governo,per di più già vincolato a proseguire il massacro imposto dagli usurai europei...
Non durerebbe un mese....e stavolta la piazza non sarebbe tanto pacifica..... finalmente riusciremmo a cambiare,a riformare questo decrepito sistema che questi  rottami della politica non cambieranno mai.



il non voto é l'unica arma (pacifica...) che ha in mano il cittadino per sfiduciare questa indegna classe politica.Non a caso invitano tutti a votare per qualunque partito (é la stessa zuppa...),al fine di perpetuare comunque la loro sopravvivenza e la truffa dei rimborsi elettorali.L'unico timore che hanno é che il cittadino non voti.Sanno benissimo che un'astensione di massa,qualunque fosse il risultato elettorale,renderebbe ogni governo che ne uscirebbe POLITICAMENTE inadeguato,impossibilitato a governare.Cadrebbe al primo ostacolo.In Italia (non siamo gli usa...) non si può governare con un 50-60% di astenuti.
Il governo non avrebbe nessuna credibilità.Ed é banale riportare la formuletta:" quindi se anche per assurdo nella consultazione elettorale votassero tre persone,ciò che uscirebbe dalle urne sarebbe considerata valida espressione della volontà popolare e si procederebbe quindi all'attribuzione dei seggi in base allo scrutinio di tre schede."
Si vede come sia fuorviante il solo calcolo NUMERICO,senza considerare il dato POLITICO.

Una grande astensione di massa porterebbe inevitabilmente ad una nuova Costituente per riformare regole e architettura dello Stato,oltre a spazzar via la vecchia classe politica ormai sfiduciata.
Solo dopo questa operazione si potrebbe tornare a votare.
Ma al di là di queste considerazioni tecnico-politiche,mi chiedo con quale coraggio,dopo tutto quello che stiamo subendo (e quanto illustrato nei posts precedenti),uno potrebbe ancora votare questi indegni parassiti e incapaci! !!


lunedì 29 ottobre 2012

BORDELLO EUROPA



Draghi: "...acquisteremo bond solo di quei Paesi che accettano rigide condizioni e verificheremo esattamente se le condizioni sono state rispettate .... se un Paese non rispetta gli accordi, non riattiveremo il programma (di acquisto di bond). Abbiamo annunciato che le operazioni verranno sospese, non appena il Paese in questione verrà sottoposto ad un controllo".
A parte l'obiettivo di continua macelleria sociale di queste dichiarazioni e il tono dittatoriale,ricattatorio...sentite un po' che sta succedendo...

In attesa che il fondo ESM di 500 miliardi entri in funzione,intanto si comincia a comprare titoli tedeschi....prima si comprino i Bund coi soldi destinati a Spagna,Portogallo,Italia....!
Ce lo fa sapere Klaus Regling,capo dell'ESM,il fondo salvastati.da Boomberg TV Lussemburgo: "abbiamo iniziato a comprare 4 miliardi di titoli tedeschi in euro" 
Si vede che la Germania ha bisogno d'esser salvata....!
E quali sono mr.Draghi le rigide condizioni applicate alla Germania...? dare biglietti omaggio alll'Eurotower per le partite della Bundesliga? Perchè non ce le spiega?
Sempre Regling in altra occasione al Sole24 Ore: "quando compriamo titoli di stato di un paese,noi come ESM stiamo erogando un prestito"
Insomma,prestano soldi alla Germania,poverina!...ma non erano destinati ad altro i fondi di questa ennesima sciagura dell'Esm?
E già,prima di "aiutare" paesi (o meglio,banche) in difficoltà,finanziamo i crucchi che stanno molto peggio degli spagnoli....un'idea fantastica....!!

Intanto,da noi....Monti : "Se il governo cadesse prima? Chiedetelo ai mercati". 
La nazione ridotta a succursale finanziaria degli usurai...
D’Alema sulle pagine del Corriere : “Proseguiamo sul solco tracciato da Monti”.
Bersani è stato altrettanto chiaro: “Monti non tornerà a fare il professore”.
Votate,votate......!

giovedì 25 ottobre 2012

SQUALLIDA REPUBBLICA




Monti: “ Chi verrà dopo di me a palazzo Chigi dovrà muoversi all’interno delle politiche decise dall’Unione Europea”

Idem la macchietta di presidente della repubblica bananiera italiota,dopo l'avvertimento mafioso ai media di parlar bene dell'Europa e di Monti :
"Oggi il rigore é una necessità....serve a raggiungere il risultato finale di stabilità e crescita, di prosperità e benessere dei nostri popoli."
E si vede...!!!!

Poi la faccia da rettile bilderberg Van Rumpoy : "abbattere il tabù della sovranità"
Infine c’è sempre il servo più squallido, Casini che sostiene: …”per me dopo Monti ,c’è Monti "

Se gli italiani ancora non hanno capito,qualunque governo in carica dal prossimo anno dovrà muoversi all'interno delle regole e delle politiche decise nell'ambito dell'Unione europea che sono e restano vincolanti per tutti.
A che servirà mai andare a votare....! lo capiscono o no gli italiani che non vale una cazzo il voto,che non cambierà nulla chiunque vinca?
Patetica l'alleanza probabile vincitrice elettorale della pseudosinistra Pd-Vendola....quest'ultimo a parole contro il fiscal compact e antieuropeista,l'altro che l'ha votato ed europeista.....ma come fate a credere a questi cazzoni...!
Non parliamo degli altri....!

Per non farci poi mancar nulla,siamo una base Usa e un cortile per i giochi militari altrui...ricordate Ustica?....i più solerti sguatteri della Nato,sempre pronti a bombardare,da destra e da sinistra....mentre squallidi media ci rintronano con le cazzate di Renzi e Bersani...ora con Berlusconi a riposo,apriti cielo..! andranno avanti per settimane a rompere i coglioni,mentre il duo di ascari Monti-Napolitano,non fa che dirci che la sovranità nazionale non serve....
Votate,votate,votate.......!

martedì 23 ottobre 2012

STILE COSA NOSTRA


Roma, 23 ottobre 2012 ,il vostro presidente della Repubblica, in una intervista a Marc Leijendekkler pubblicata dal quotidiano olandese NRC Handelsblad :

"Tutti i politici e organi di informazione in prima fila, devono cambiare il modo con cui parlano dell'Europa. Dobbiamo riflettere ad una nuova narrativa che metta ben in luce i benefici dell'appartenenza all'Unione europea...."

Un avvertimento ai media in perfetto stile mafioso,come se già questi ascari di regime non facessero la loro parte nel disinformare...! Evidentemente non basta ancora....bisogna rincitrullire totalmente il popolo italiano!!
Non ce ne bastava uno di "narratori",avanti un altro....!!

Poi magari,questo vecchio rottame politico dovrebbe pure spiegarci quali sarebbero questi benefici di cui straparla.....pare che gli italiani non li vedano affatto,e forse proprio per questo deve entrare in azione un nuovo ed onnipresente Minculpop che magnifichi ogni azione di questo regime golpista.

Dichiarazioni che fanno il paio con quelle di qualche giorno fa del suo compagno di merenda,il senatore caligoliano :


Cernobbio,Forun Internazionale sull'Agricoltura.
Di fronte ad una platea rincoglionita e plaudente,il burattino degli usurai Monti,,ha dichiarato:

"l'Italia non è stata colonizzata dall'Europa e ha mantenuto una sua pienamente degna sovranità"

Una provocazione indegna e menzognera.Una presa in giro di tutto un Paese.
Poi se qualcuno, esasperato da questo burattino propagandista di se stesso e del regime, gli piantasse una pallottola in quel cranio bacato,sarebbe solo un'opera umanitaria.

Pensavate d'aver visto il peggio....!

sabato 20 ottobre 2012

TECNICI CRIMINALI




«Strano che questi tecnici commettano tanti errori tecnici», ironizzava sere fa Tremonti in non so quale talk show.
Effettivamente. La legge Fornero, che a dire della tecnica si proponeva di aumentare la «flessibilità in entrata» nel mondo del lavoro e creare tanti «posti fissi», sta producendo rigidità in uscita, ossia licenziamenti di gente con i contratti a tempo determinato. Gli esodati senza salario né pensione sono un effetto collaterale di un altro errore tecnico dei tecnici. E il decreto anti-corruzione? Annunciato con la consueta grancassa mediatica: «Via i condannati dal parlamento» (aspetta e spera i tre gradi di giudizio), invece rende impossibile perseguire la corruzione: per dirne una sola, mette infatti sullo stesso piano penale il pubblico funzionario che esige denaro, e il privato che è costretto a darglielo, in modo da esser sicuri che il ricattato privato non denuncerà mai il corrotto, perché finirebbe in galera con lui.
Tutta questa grande riforma è definita «un passo indietro» dal Consiglio Superiore della Magistratura....
Monti, arrogante, ha risposto alle critiche con alterigia: i passati governi e le maggioranze di prima non hanno mai varato una legge anti-corruzione. È vero, ma è meglio nessuna legge piuttosto che una finta-riforma che non riforma, perchè illude che esistano norme anti-corruzione mentre «fanno girare il sistema a vuoto» (Davigo).
E di finte riforme, il governo dei tecnici ne ha fatto ormai non so quante. Bravissimi negli annunci, poi partoriscono topolini. E mostriciattoli informi. La legislazione dei tecnici è teratologica.





Ma passiamo ai soldi (nostri) che sono quelli che contano.
I ladri di Stato, i Lusi, i Fiorito, il siculo Lombardo, il Daccò, la Polverini, Penati sprecano o rubano milioni.
I tecnici dilapidano miliardi.

Tre soli esempi.

Monte dei Paschi: 3,9 miliardi
Ha fatto un certo effetto la notizia, il 18 ottobre, che Moody’s ha declassato i titoli di Monte dei Paschi a «spazzatura». Il che è naturale, essendo la Montepaschi fallita per la gestione dei suoi caporioni, tutti comunisti di ferro (oggi PD); basta ricordare che nel 2007 questi fecero comprare a Montepaschi una banchetta del Nord-Est, l’Antonveneta, per 9 miliardi – mentre ne valeva 2, suscitando i peggiori sospetti, fra cui quello di costituzione di fondi neri è il minore (è scomparso un miliardino).
Il bello è che pochi mesi prima, il governo Monti e i suoi tecnici hanno regalato complessivamente 3,9 miliardi (diconsi miliardi, mica milioni) di soldi nostri, facendo comprare al Tesoro i titoli della Montepaschi – titoli oggi spazzatura.
Il valore della banca è oggi 2,96.
Un pessimno affare per il Tesoro, cioè per noi contribuenti. Aiuti di Stato a cui, pare, non sempre i liberisti bocconiani sono contrari (e la UE non si lamenta: al timone c’è il Commissario Monti, uno dei loro), quando si tratta di fare favori ai comunisti, da Bersani in giù.
E c’è una commovente solidarietà fra banchieri: il colpevole del fallimento, Giuseppe Mussari, ex PCI, amministratore delegato di Montepaschi all’epoca – che dovrebbe essere in galera – è oggi elevato a presidente dell’ABI, la confindustria delle banche.
C’entra anche che uno dei capintesta della banca, Alessandro Profumo, è il fratello del ministro della Istruzione? E che nella vicenda sono «persone informate sui fatti» Vittorio Grilli, attuale ministro dell’Economia e al tempo direttore generale del Tesoro, nonché Anna Maria Tarantola, allora altissima funzionaria di Bankitalia, e oggi messa da Monti a dirigere la RAI? Chissà.
Intanto, cominciano i licenziamenti, ma non dei top manager. Il sindacato (rosso) della rossa banca di Siena lamenta: «Si salvano figure dal costo elevatissimo che non hanno dimostrato nel tempo alcuna capacità professionale».
Sembra quasi che i tecnici, andati al governo, stiano spendendo un sacco di soldi nostri per coprire le magagne e i danni di altri tecnici (o di loro stessi) provocati – a voler essere ingenui – dalla loro sesquipedale incompetenza. O è disonestà? A voi la scelta.

A Morgan Stanley 2,6 miliardi. 
Infatti è in gran segreto che a marzo il Tesoro, per chiudere un contratto-derivati, paga quatto quatto 2,567 miliardi (non milioni: miliardi) alla banca d’Affari Morgan Stanley. Siccome la notizia salta fuori comunque dagli USA, il governo impapocchia qualcosa di simile a una risposta. Secondo la versione più sommariamente difensiva, il Tesoro, nel 1994, avrebbe comprato uno «swap» (derivato) dalla banca d’affari americana in modo da garantirsi contro rialzi dei tassi d’interesse da pagare sui nostri titoli pubblici. I tassi allora calavano – erano i tempi di Ciampi e Dini – sicché a guadagnarci era Morgan Stanley e a perderci, noi. Quando i tassi hanno cominciato a salire, Morgan Stanley, che avrebbe cominciato a perdere, ha rotto il contratto. Invocando una clausola di «termination» che vi aveva fatto inserire.
Ma non la contano giusta. Tanto per cominciare, nessun contratto del genere comporta una simile clausola. Chi l’ha firmato a nome dell’Italia s’è fatto infinocchiare di brutto dai bankster americani. E chi era nel ‘94 il direttore del Tesoro che firmò? Tenetevi forte: è il più eccelso dei tecnici, il tecnico dei tecnici, l’indiscutibile super-tecnico che tutto il mondo c’invidia: Mario Draghi.
Poi passato a Goldman Sachs, ed oggi a capo supremo della BCE. Del resto, sapete chi è il caporione in Italia di Morgan Stanley, a cui i tecnici hanno pagato 2,6 miliardi (ossia metà dell’aumento dell’IVA da loro deciso)? E’ Domenico Siniscalco, ex direttore generale del Tesoro.
Gli esperti di eufemismi parlerebbero di «conflitto di interessi». Nella farsa italiota, diciamo che questa è gente che fa le due parti in commedia. Prima fa uno swap come altissimo funzionario dello Stato, e poi si fa pagare come Goldman Sachs o come Morgan Stanley.
La manina di Draghi in questa enorme perdita per noi suscita i peggiori sospetti; dopotutto, si sospetta sia stato Draghi – allora con il cappello Goldman Sachs – ad insegnare ai greci come truccare i bilanci. Vittorio Grilli, sempre lui, nella sua altezzosa e laconica risposta sul pasticcio, ha detto: «Abbiamo ripagato un debito». Ma allora fra Italia e Morgan Stanley esisteva un rapporto da debitore e creditore? I contratti di swap «normali» non costituiscono un rapporto del genere fra le due parti. Ma esisteva nel contratto fra Goldman Sachs e il governo greco, questo debitore, e la banca creditrice... E come mai è stato l’unico caso di contratto derivato nella storia con inserita una clausola di rescissione, dando a Morgan la possibilità di sfilarsi appena cominciava a perdere? Chi ha fatto una simile coglionata? Ed è poi una coglionata, o un papocchio tra amiconi Funzionari-Banchieri o viceversa per dividersi il denaro di noi contribuenti? (Può essere solo una coincidenza: un figlio di Monti, bocconiano, è vicepresidente di Morgan Stanley). Silenzio dei media, sempre discreti in questi casi. E grande riservatezza della magistratura: niente intercettazioni ai Tecnici. Sono i Venerandi, gli Indiscutibili. (Monti regala 2,5 miliardi alla Morgan Stanley...?!?)

A MES e EFSF, 27 miliardi.
Notoriamente, da quando Monti e i tecnici – fra gli applausi generali – hanno preso il timone dello Stato, il debito pubblico non è diminuito. È aumentato di 70 miliardi.
Nonostante la torchia fiscale intollerabile, nonostante le austerità e i tagli che hanno portato alla recessione (PIL -3%). Ma naturalmente lo spread è ultimamente calato! Bravi, bene! Sotto i 500 punti! Meravigliosi tecnici! Basta dimenticare che dal 2008 al maggio 2011, ossia fino a quando Berlusconi non ha esautorato di fatto Tremonti (annunciando all’Europa che lui in persona assumeva la «cabina di regia» della crisi), lo spread è stato sui 113 punti, e senza gli «aiutini» della BCE (Draghi).
Ma torniamo a bomba. Il debito pubblico italiano è aumentato, dicevamo, di 70 miliardi. I tecnici hanno tecnicamente ignorato che le Regioni sono secchi sfondati da cui il denaro dei contribuenti si perde a vagonate; anzi hanno dato un altro miliardo alla Sicilia, a piè di lista.
Di quei 70, non tutti sono dovuti alle follie regionali non represse e alle maggiori spese d’interessi da corrispondere sui BOT e BTP, ogni volta che una emissione vecchia viene a scadenza e deve essere sostituita da una emissione nuova, ovviamente con interessi più cari perché «i mercati» altrimenti non ci prestano. Questo scarto, pare, è sui 6 miliardi: un quarto di finanziaria viene volatilizzato così.
Di qui altre tasse, altre stangate, altre finanziarie mascherate da «vi abbiamo calato l’IRPEF» (e aumentato l’IVA), e via truffando.
La voce più grossa, in questi 70 miliardi di troppo, sono i 27 miliardi (quasi la metà) che l’Italia deve conferire, come quota di partecipazione, al cosiddetto Fondo Salva-Stati (EFSF) e al Meccanismo Europeo di Stabilità (MES). Tutto naturale, diranno i fan dell’Europa Federale; Germania e Francia contribuiscono anche di più. Già, tutto europeisticamente giusto. A patto di dimenticare che l’Italia già sborsa 90 miliardi annui solo per pagare gli interessi sul debito pubblico. E che per trovare quei 27 miliardi – una finanziaria – da conferire ai Fondi Salva-Banche (pardon: Salva-Stati), l’Italia li deve chiedere in prestito. Sicché accade questo: che l’Italia dei tecnici prende a prestito, indebitandosi sempre di più, per riempire dei Fondi che, in caso di crisi, la «aiuteranno» dandole in prestito i capitali.
Praticamente i nostri stessi soldi ci verranno restituiti, ma come debito aggiuntivo.
Su cui dovremo pagare gli interessi. Questa è la logica eurocratica. Questa è la logica e l’ideologia dei Tecnici. Che è la logica dei banchieri: indebitarci sempre più.Una logica che si traduce sempre, come per caso, in trasferimenti dal basso verso l’alto, dai cittadini-contribuenti alle banche nazionali e internazionali. Basta dire che dei 90 miliardi che ci vengono estorti ogni anno per pagare i soli interessi sul debito (che non viene estinto nemmeno di un euro), solo pochissimo torna ai risparmiatori italiani: essi detengono ormai solo il 14% in titoli pubblici, mentre il resto è detenuto da banche estere (il 32%) e dalle banche nazionali, così ben rappresentate nel governo dei tecnici.
Ciò significa che i soldi non tornano nelle mani dei privati che potrebbero investirli nell’economia reale locale, bensì nelle mani di banchieri che li usano per le loro speculazioni. Di qui la proposta di Tremonti di comprare il debito pubblico in mano a stranieri, invogliando gli italiani a tornare ai BOT sancendo l’esenzione fiscale totale dei titoli di Stato. Ciò metterebbe il debito pubblico al riparo delle paturnie dei «mercati» ossia della speculazione estera. La cifra è sugli 800 miliardi. Gli italiani ce li hanno? Sì, ce li hanno ancora. E almeno 500 miliardi dei loro risparmi li hanno investiti all’estero, non trovando in Italia buoni impieghi; e non parliamo della fuga occulta di capitali, incalcolabile. Assurdamente, «l’Italia importa debito mentre esporta risparmi», come dice Tremonti. Ma non fate quel nome. Non è un tecnico
.E non affrontiamo la questione del Fiscal Compact, ossia della regola imposta dalla Germania e dall’eurocrazia di ridurre il nostro debito dal 120 al 60% del PIL, entusiasticamente accettata dai Tecnici, e inserita nella costituzione dai partiti-traditori: il che li renderà «legalmente» autorizzati a tagliare 45 miliardi l’anno per vent’anni. In realtà, a tassarci e ridurci i servizi per spuntare quella cifra (a tagliare le spese inutili, i tecnici non sono capaci). Si tratta dello strangolamento e dissanguamento totale dell’economia italiana, e di qualunque minimo sogno di ripresa economica.
Questi tecnici spendono, e promettono di spendere, decine, trentine o cinquanta miliardi per volta: Fiorito e la Polverini, Lombardo il siculo e Penati, gli sprechi delle caste e i deputati più pagati del mondo, sono al confronto bruscolini.
I sondaggi danno Grillo al 21%. E sia, non potrà far peggio dei Tecnici.
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A prescindere dalla proposta di Tremonti,non so fino a che punto realizzabile,se non si esce da questo perverso girone infernale dell'euro,il resto servirà a ben poco.

C'è poi da ridere,ricordando la vicenda Monte Paschi,agli appelli del povero Bersani di non parlare con la finanza delle Cayman.....
Loro per anni ci hanno trafficato alla grande....! Il ditino alzato contro Renzi é un ennesimo e patetico tentativo di proclamarsi vergini dopo anni di meretricio con finanza e banche,e che ancora continua...

Grancassa mediatica su ladri di stato e completo silenzio sui ladroni tecnici.Tanto per deviare l'attenzione dei peones sulla punta dell'iceberg del malaffare invece che sulla molto più grande parte sommersa del ladrocinio dei tecnici,per giunta legalizzato.Non par vero ai media di regime di farne la causa dei mali italiani,così che i sicari tecnici possano agire indisturbati nel rapinare la nazione.
Guardare nel  grafico la sproporzione quantitativa tra ladri di polli in definitiva e i veri ladroni che ci stanno affossando,é veramente impressionante......con buona pace di tutti i camerieri mediatici che infestano il paese
Per non parlare della solita magistratura dormiente che si sveglia sempre d'improvviso nei momenti più opportuni....
Solita tecnica dei tecnici....gridare al fruttivendolo evasore ed ignorare le malefatte dei banchieri amici...i veri evasori che contano...

Quello che poi colpisce é la presenza dei soliti nomi tecnici in tutti gli affari poco chiari,un intreccio perverso tra governo,banche,istituzioni in cui questi nomi sono intercambiabili...una vera e propria cricca di malavitosi...

Per finire,come in altro post avevamo sostenuto,il lato grottesco della truffa ESM ,in caso di richiesta aiuti al fondo,è che noi contribuiamo a questo fondo gratis et amore dei,mentre loro ci ridarranno i nostri soldi ad interesse...più troika..
Se questo non é un capolavoro di furbi malfattori e noi di ineguagliabili fessi....!

Più che fallimento de tecnici,che presupporrebbe una buona fede che non c'è,i veri falliti siamo noi...
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venerdì 19 ottobre 2012

MONTI DISASTER


I numeri del disastroso Governo Monti

(Attilio Folliero, Caracas 15/10/2012)

Monti non ha ancora compiuto un anno di governo, essendo in carica dal 16 novembre, ma le cifre parlano chiaro: un assoluto disastro!

Il Supplemento al Bollettino Statistico "Finanza pubblica, fabbisogno e debito" n. 52 del 15/10/2012, pubblicato dalla Banca d’Italia, evidenzia chiaramente le cifre del disastro. Con la pubblicazione odierna, si rendono pubblici i dati aggiornati al 31 agosto.  Il debito pubblico continua a crescere, ma con l’avvento di Monti la crescita è stata superiore agli anteriori governi. Il debito pubblico italiano al 31 agosto 2012 era 1.975, 63 miliardi di Euro.



Il debito pubblico nel 2011 (fra il 31/12/2010 ed 31/12/2011) è cresciuto del 3,00%; se consideriamo gli ultimi dodici mesi del governo Berlusconi (31/10/2010-31/10/2011) il debito è cresciuto del 2,38%.
Negli ultimi 12 mesi (31/08/2011-31/08/2012) la crescita del debito è stata del 3,51%;
Se consideriamo solamente il periodo del Governo Monti (31/10/2011-31/08/2012) la crescita del debito è stata del 3,09% e se ci soffermiamo ad analizzare i dati dell’anno in corso (31/12/2011-31/08/2012) il debito cresce ancora di più: 3,61%.
L’azione del Governo Monti sta, inequivocabilmente, facendo crescere il debito più che il suo predecessore.

Se poi consideriamo il debito in relazione al PIL, il disastro del governo Monti appare ancora più evidente. Nel 2008 il debito pubblico italiano era il 106,1% del PIL; nel 2009 sale al 116,4%; nel 2010 arriva al 119,2%, nel 2011 supera il 120%, arivando al 120,7%; nel 2012 sarà sicuramente superiore al 125%, massimo assoluto dal 1970. Secondo calcoli pessimistici potrebbe arrivare perfino al 130% o ad una cifra molto vicina: se il debito negli ultimi 4 mesi dell’anno dovesse crescere di altri 25 miliardi e quindi arrivare in prossimità dei 2.000 miliardi e se si dovesse confermare una riduzione del PIL del 2,6%; in questo caso l’Italia si rrtroverebbe un debito vicino al 130%.

Le cifre del Governo Monti sono ancora più disastrose, se si considera che il debito continua ad aumentare pur in presenza di un aumento delle entrate.
 Nel 2012, grazie all’aumento delle imposte e delle tasse, il Governo Monti per il 2012, stando agli ultimi dati pubblicati dal FMI lo scorso 9 ottobre, usufruirà di entrate non inferiori a 755 miliardi di Euro, il 48,3% del PIL a fronte di ingressi pari al 46,1% del 2011.
Ovviamente l’aumento delle imposte e delle tasse continua ad essere un punto all’ordine del giorno del governo Monti, che contribuisce a deprimire la domanda, per cui è facile aspettarsi un peggioramento della situazione.
La disoccupazione, ad esempio, sempre secondo i dati pubblicati dal FMI lo scorso 9 ottobre passa dall’ 8,4 del 2011 al 10,5 nel 2012 e constinuerà a crescere per il 2013.

Il disastro del Governo Monti va ben oltre queste cifre: l’aspetto peggiore è l’aumento del debito a breve, quello da pagare a meno di un anno. Al 31 di ottobre 2011, ultimo bilancio disponibile per il Governo Berlusconi, il debito totale ammontava a 1.916,40 miliardi di Euro e di questo il 26,07%, ossia 499,58 miliardi erano debiti in scadenza nei successivi 12 mesi.

Oggi (dati al 31/08/2012), con il Governo Monti il debito è a 1.975,63 miliardi di Euro, ma la quota da pagare a breve, entro i successivi 12 è salita a 546,64 miliardi, il 27,67% di tutto il debito. In solo 8 mesi (dal 31/10/2011 al 31/08/2012) di Governo Monti, il debito da pagare a breve ha avuto un rialzo netto del 1,6%. Anche il debito a medio termine, quello in scadenza tra 12 e 60 mesi è in aumento, essendo passato da 554,85 miliardi del 31/10/2011, il 28,95% del totale, a 579,76 il 29,35% del totale; ovviamente diminuisce il debito in scadenza oltre i 60 mesi.

Perchè consideriamo che questo sia l’aspetto peggiore del Governo Monti?
Aumentando il debito a breve, significa aver bisogno di maggiori entrate nel breve periodo per coprire le rate in scadenza ed ovviamente si contnuerà a spremere i contribuenti, il popolo Italiano e le imprese, con la conseguenza di deprimere ancora di più la domanda e quindi il panorama economico.

Certamente Monti, come previsto, continuerà a vendere, o per essere più esatti a svendere il patrimonio nazionale, con la conseguenza che nel breve periodo si ritroverà con un debito inferiore di qualche miliarduccio, ma nel lungo periodo aumenterà perchè da un lato continua a spendere (pur aumentando le entrate, se il debito aumenta è perchè aumentano le spese) e dall’altro veranno a mancare gli introiti derivanti dagli utili del patrimonio ormai venduto.

A quanto pare, Monti sta tagliando solo ed esclusivamente gli investimenti sociali, da lui considerati non una grande risorsa del paese, ma uno spreco. Fra qualche tempo, in virtù di questi tagli si ritroverà con popolo affamato, malcurato ed ammalato, ignorante, con le inevitabili esplosioni sociali ed il ricorso alla repressione ed il conseguente incremento delle spese nel settore dell’ordine pubblico. Bella prospetiva per l’Italia!

L’aumento del debito a breve termine, rende sempre più evidente il ricorso al FMI ed anche se al momento tale ricorso viene negato, la realtà dei numeri indica il contrario. Come si pagano i debiti, se ormai gli italiani, popolo ed imprese, sono già spremuti al massimo?

Nella logica di Monti, si continuerà ad aumentare l’IVA, l’IMU/ICI, le altre imposte e tasse, a ridurre le pensioni, gli stipendi, ecc… ma tutto questo farà ulteriormente diminuire la domanda (i consumatori disporanno di sempre meno soldi da spendere) e per conseguenza le imprese reagiranno riducendo l’offerta, ossia licenciando e spostando all’estero i propri stabilimenti (almeno le grandi imprese; mentre le piccole chiuderanno).

Monti è stato chiamato a diminuire il debito pubblico e a far ripartire l’economia italiana, ma i dati ufficiali indicano esattamente il contrario.


giovedì 18 ottobre 2012

LO SCIACALLO: CANIS GOLDMANIENSIS




L'USURAIO DISTRUGGERA' OGNI ORDINE SOCIALE,OGNI DECENZA,OGNI BELLEZZA (E.Pound) 


Oltre alle tante frasi demenziali di questo sicario degli usurai internazionali (e di cui in foto potete leggerne un delinquenziale florilegio),sentite quanto ancora oggi dice questa sciagura nazionale.

"Mi dispiace che la nostra azione abbia potuto comportare una certa brutalità....ma vorrei invitarvi ad avere una certa fiducia perché i governi che seguiranno potranno essere migliori perché avranno capito cosa i cittadini vogliono e cosa occorre al Paese....non dobbiamo sorprenderci che non si vedano molti segnali di crescita per ora, ciò è inevitabile".

Lui,il mentecatto bocconiano,non capisce cosa vogliono i cittadini....!!!
Invece lo sa,lo sa benissimo...ma esegue altri ordini....e cioè fare tutto quanto non occorre al Paese ,ma che molto più serve ai suoi datori di lavoro e padroni....
A proposito dei segnali che non si vedono....ma non vedevi la luce nel tunnel, brutto bugiardo deficiente!!!
Cerca di smetterla squallido burattino....che prima o poi la paghi....vai a prendere per il culo la Fornero o il tuo compagno di merenda che sta sul colle....!!!

sabato 13 ottobre 2012

GLI EUROSICARI


Il governo di questi malfattori continua nell'opera di macelleria sociale e col gioco delle tre carte da grottesco prestigiatore da fiera per imbrogliare i cittadini.
Dovevate vedere questi volti cadaverici durante la conferenza stampa notturna in cui spiegavano una ennesima manovra delinquenziale e ancora una volta a danno dei soliti noti.
Un esempio tra tutti.

1 - Tagli agli sgravi fiscali retroattivi per il 2012,mentre le riduzioni Irpef dell'1% invece a partire dal 2013,il che vuol dire che i benefici gli italiani interessati li vedranno nel 2014.Furbata da rubagalline....
Benefici peraltro annullati dall'aumento Iva del prossimo luglio.

2 - I redditi più bassi (pensioni minime....) non beneficeranno di nessun sgravio fiscale o diminuzione Irpef essendo al disotto dei 15 mila euro,ma in compenso saranno soggetti all'aumento Iva,erodendo ancor di più il loro scarso potere d'acquisto.Alla faccia dell'equità....

3 - La franchigia di 250 euro agli sgravi fiscali (altra erosione della diminuzione Irpef),colpirà ancora una volta maggiormente i redditi più bassi con minore capacità di spesa.

Se poi aggiungiamo tagli alla sanità,alla ricerca,alla scuola.....ci accorgiamo,se ce ne fosse ancora bisogno,che siamo in mano a degli aguzzini,a dei sicari prezzolati che vogliono affamarci e renderci schiavi degli strozzini loro padroni.Altro che crescita! Questi ci stanno sotterrando!

Con l'aggravante che pure ieri un indegno capo dello stato delle banane blaterava che "per tornare a crescere indispensabile cedere quote di sovranità al'UE". 
Da fucilazione..... 
Se c'è uno da cedere,pure pagando,é questo sodale e servo degli strozzini.


Contemporaneamente,un rapporto della Bce ritiene che l'adeguamento salariale nei paesi dell'Eurozona è stato relativamente limitato nonostante la gravità della recessione e l’aumento della disoccupazione.
Tradotto in soldoni: i salari sono troppo alti e vanno abbassati.
In un tale contesto secondo la Bce "una risposta flessibile delle retribuzioni dovrebbe essere un'importante priorità".Sta arrivando un nuovo diktat ai loro sicari?
Sull'argomento:
http://www.contropiano.org/it/news-politica/item/11783-allarme-rosso-la-bce-dice-di-abbassare-i-salari

C'è sempre da chiedersi quando si sveglieranno gli italiani...."quando un governo non fa ciò che vuole il popolo,va cacciato via con mazze e pietre"....questa frase non l'ha detta un pericoloso rivoltoso,un attentatore alla legalità,un black bloc....l'ha detta un presidente della repubblica italiana,sicuramente non servo come l'attuale.

L'OSTERIA DEI NOBEL


Credevo fosse uno scherzo,invece ancora una volta il gin ha fatto effetto a Oslo.

Il comitato alcolisti norvegesi ha deciso di assegnare il Premio Nobel per la Pace all'Unione Europea per il suo ruolo nei «progressi nella pace e nella riconciliazione» e per aver garantito «la democrazia e i diritti umani» nel Vecchio continente."
Risate sugli spalti....
Quanto alla pace lo vediamo tutti i giorni ad Atene,a Madrid,a Lisbona...mai c'è stato un odio così profondo contro questa Europa.
Quanto alla democrazia e diritti umani é meglio lasciar perdere....

Dopo il guerrafondaio Obama,pure la NATO é strumento di pace...Dracula presidente dell'Avis......la presa per il culo continua, come l'ormai accertata evoluzione di questo comitato verso l'ubriachezza cronica.
Chissà che il prossimo anno non sia il turno del Ku Klux Klan...

Naturalmente tutti gli strozzini e i loro servi si sono complimentati a vicenda per l'ennesima pagliacciata di questo comitato di alcolisti.
Non poteva mancare il vostro indegno presidente che ,senza alcuna vergogna,ha voluto aggiungere:
:"per tornare a crescere indispensabile cedere quote di sovranità al'UE"..
Da fucilazione.....


venerdì 12 ottobre 2012

ARGENTINA UN ESEMPIO

Una volta erano schiavi  degli strozzini...ora siamo noi...questa é la vera storia della rinascita argentina.Leggere attentamente e meditare su tutte le balle che ci spacciano per tenerci alla catena...


LA BANCA CENTRALE PUBBLICA DELL’ARGENTINA E’ UN FARO PER LA DEMOCRAZIA NEL MONDO

In perfetta analogia, l’Argentina guidata dalla presidentessa Cristina Kirchner, così come il Venezuela di Chavez, l’Ecuador di Correa, la Bolivia di Evo Morales, è diventato un faro, una speranza per quei popoli del mondo, dall’Europa alla Cina passando per gli Stati Uniti, che oggi aspirano a ripristinare un regime democratico al servizio dei cittadini e dei diritti umani, dopo essere stati soppressi e repressi dall’occupazione quasi militare dei tecnocrati, dei faccendieri, dei politicanti, degli elefantiaci apparati dirigisti che lavorano alacremente  soltanto per tutelare gli interessi delle lobbies finanziarie, dei comitati d’affari, delle corporazioni multinazionali. Un abisso di distanza in termini di cammino evolutivo della civiltà, che è ancora più accentuato dal fatto che la censura della propaganda di regime dilagante in Europa impedisce a noi cittadini di sapere cosa stia accadendo esattamente in Sudamerica, visto che gli organi di informazione su ordine preciso dei loro potenti committenti hanno completamente tagliato fuori dai circuiti della stampa e della televisione le notizie provenienti da quei paesi.
Senza andare troppo per il sottile, il continente sudamericano è stato letteralmente cancellato dalle carte geografiche del mondo, perché i cittadini lobotomizzati e teleguidati d’Europa e degli Stati Uniti non devono sapere nulla dei cambiamenti che stanno avvenendo laggiù. I drastici mutamenti di paradigma rispetto al dogmatismo medievale dell’Occidente, con il loro cattivo esempio, potrebbero infatti spezzare di colpo la catena psicologica su cui si fonda gran parte dell’egemonia totalitarista che ci governa: TINA, There Is No Alternative, non c’è nessuna alternativa alla tecnocrazia neoliberista, si fa come dicono loro e basta. E invece, al pari di ogni altra questione che coinvolge la vita umana, l’alternativa c’è, eccome se c’è.
E si chiama Argentina.

La storia della crisi e successiva rinascita dell’Argentina è abbastanza nota e per certi versi, soprattutto nelle caratteristiche della fase di declino, molto simile a ciò che sta accedendo oggi nell’eurozona.
Con il pretesto di creare maggiore stabilità nei rapporti commerciali con l’estero e in particolare con gli Stati Uniti, nel 1991 il governo Menem decide di ancorare il cambio del peso al dollaro, con una scellerata parità fissa di 1:1 che ovviamente apprezzava troppo la moneta argentina rispetto alla valuta statunitense.
Il risultato è stato che per un certo periodo di tempo per gli argentini è stato molto conveniente importare prodotti dall’estero prezzati in dollari e questo eccessivo ricorso alle importazioni ha creato un deficit permanente nella bilancia commerciale, che è stato inizialmente compensato dal notevole afflusso di capitali e investimenti esteri. Sull’onda di questa maggiore fiducia e apertura del governo alle imprese straniere, le multinazionali americane ed europee strapparono facilmente diverse concessioni per gestire i servizi essenziali un tempo pubblici, dagli acquedotti all’energia, dall’industria estrattiva e mineraria alle telecomunicazioni, esportando i profitti in patria, lontano dall’Argentina, e ponendo le basi per un maggiore indebitamento estero del paese. Sia i titoli finanziari privati che quelli pubblici argentini, i famigerati Tango Bonds, venivano piazzati in tutto il mondo assicurando alti rendimenti agli investitori e fornendo un’illusoria parvenza di stabilità economica del paese. Si trattava però di un equilibrio molto precario e sono bastati gli effetti di contagio della crisi delle borse asiatiche del 1997 per mettere in ginocchio il paese e svelare al mondo la reale insostenibilità del suo straordinario sviluppo economico.

I capitali esteri sui quali si fondava il sostanziale equilibrio contabile della bilancia dei pagamenti cominciano a fuggire dal paese, gli investitori più accorti vendono in fretta i titoli argentini per limitare le perdite e il governo si vede costretto a bruciare notevoli quantità di riserve di moneta estera per mettere in condizione i debitori di rimborsare i debiti contratti, ad imporre riforme di austerità per rastrellare liquidità dal basso e ad aumentare i tassi di interesse a livelli non più credibili, per favorire l’arrivo di nuovi capitali dall’estero. Questo circolo viziosodura fino a dicembre del 2001 quando, sulla spinta delle proteste popolari, il governo decide di dichiarare default sul debito estero denominato in dollari, che ammontava a circa $95 miliardi, e i suoi maggiori rappresentanti furono costretti a fuggire in elicottero dal paese per evitare il linciaggio.

Da quel momento in poi si apre una pagina del tutto nuova nella storia dell’Argentina.
Nel maggio 2003, dopo la parentesi della presidenza di Eduardo Duhalde durata due anni, viene eletto a capo del paese Nestor Kirchner, che comincia fin da subito un lungo braccio di ferro con il Fondo Monetario Internazionale per rinegoziare lecondizioni di rimborso del debito:
l’Argentina vuole ripagare i debiti ma secondo le sue modalità e i suoi tempi e non accettando passivamente le severe scadenze imposte dai creditori. In secondo luogo, con un piano progressivo di ristrutturazione il governo argentino si riappropria della gestione dei servizi pubblici essenziali, estromettendo le multinazionali, per consentire innanzitutto un maggior controllo sui prezzi di erogazione, e questo atteggiamento contrario agli interessi privati dei grandi colossi internazionali inasprisce i rapporti con il FMI, che delle loro logiche predatorie e parassitarie è il tutore a livello globale. A peggiorare ancora di più la situazione, Kirchner avvia politiche sociali per ridurre la povertà e la disoccupazione, cosa anche questa che fa infuriare il FMI, che proprio sulle ampie sacche di povertà e disoccupazione prodotte dalle sue stesse ricette di austerità crea i presupposti per fornire manovalanza a buon mercato per le multinazionali.

Mentre continua senza sosta il duello frontale a distanza fra governo argentino e FMI, intanto la rapida svalutazione del peso rispetto al dollaro seguita al default, che si aggira intorno al 200% con un rapporto di cambio ora più realistico e aderente alle esigenze dell’economia argentina di circa 3 pesos per un dollaro, fornisce un doppio beneficio per la bilancia commerciale del paese: da un lato favorisce le esportazioni e dall’altro rende più costose le importazioni, a tutto vantaggio delle produzioni locali.
Lentamente l’Argentina riesce a rimettere ordine nei suoi conti disastrati, anche se bisogna subito sottolineare, come già evidenziato in uno splendido articolo pubblicato sul blog Voci dall’Estero, che non è affatto basata sulle esportazioni la grande ripresa economica dell’Argentina, la quale dura inarrestabilmente dal 2° trimestre del 2002 fino ad oggi.
Durante il periodo che va dal 2002 al 2011, lo stesso FMI certifica una crescita cumulata del PIL argentino del 94%, che equivale esattamente ad una straordinaria media annua del 9,4% (al pari se non più della stessa Cina), mentre il contributo delle esportazioni sul PIL cumulato nella fase più forte di espansione (2002-2008) si limita ad un modesto 7,6%, cioè solo il 12% del totale.
Troppo poco per essere un fattore realmente decisivo e determinante. Se esaminiamo il grafico sotto possiamo in effetti notare che le esportazioni sono cresciute in valore, ma in relazione al ritmo travolgente di aumento del PIL l’apporto dell’export è diventato sempre più marginale e decrescente e se consideriamo infine il saldo netto fra export ed import avremo addirittura un risultato negativo (importazioni di poco superiori alle esportazioni).


Ciò significa che la violenta accelerazione del PIL argentino è dovuta evidentemente ad altri fattori e in particolar modo proprio ai due elementi che vengono sempre ignorati nei programmi di “austerità espansiva” (un imbarazzante e assurdo ossimoro che circola impunemente nei messaggi rassicuranti della propaganda asservita, perché come stiamo sperimentando sulla nostra pelle, nel mondo reale non ci può essere mai crescita economica quando si tagliano le spese e si aumentano le tasse) promossi in Europa, negli Stati Uniti e nel mondo dalle orde oscurantiste e dogmatiche di neoliberisti al governo: l’aumento dei consumi e degli investimenti interni (rispettivamente il 45,4% e il 26,4% del totale).
Entrambi questi obiettivi sono i più abbordabili da raggiungere per un governo che ha piena disponibilità della sua moneta e di tutte le leve di politica economica, a dimostrazione ancora del fatto che per avvicinare traguardi importanti e ambiziosi spesso bisogna seguire le vie più semplici e dirette, senza complicarsi la vita con gli inutili e pretestuosi tecnicismi inventati di sana piana per confondere le acque e i malsani suggerimenti di cattedratici ampollosi, arroganti, autoreferenziali, corrotti e distanti anni luce dalla realtà della vita quotidiana e dalle esigenze materiali di milioni di individui. Se vuoi aumentare i livelli di spesa, la crescita economica di un paese, devi mettere in condizione cittadini e aziende di spendere e di investire.
Chi non capisce questo semplice concetto o è stupido o è stato pagato a sufficienza per far finta di essere stupido.

Ma come si è potuta ottenere in Argentina un’esplosione così travolgente e rapida di tali fattori?
Semplice, lo Stato argentino, sotto la guida di Nestor Kirchner prima e della moglie Cristina Fernandez a partire dal 2006, ha ricominciato ad attuare normalissime politiche economiche attive a sostegno della popolazione senza trincerarsi più dietro il vile arretramento imposto dalle cure indigeste del FMI e soci.
Un esempio evidente è il programma di inserimento “Jefes de Hogar” (Capi Famiglia), tramite il quale sono stati messi a lavorare nel settore pubblico, in impieghi socialmente utili e spesso part-time, ben 2 milioni di disoccupati in un solo anno(il 13% della forza lavoro attiva), che dall’assenza di mezzi monetari hanno adesso un salario minimo garantito con cui potere soddisfare i bisogni primari del proprio nucleo familiare e programmare gli investimenti futuri. Il governo argentino ha poi direttamente organizzato progetti a livello federale, statale e locale e tra questi: grandi investimenti infrastrutturali e iniziative di riciclaggio, progetti di irrigazione e rinnovamento del suolo, assistenza sanitaria e centri diurni, pasti e rifugi per i senzatetto, biblioteche pubbliche e programmi ricreativi, agricoltura di sussistenza e programmi di assistenza agli anziani, centri contro la violenza in famiglia, e molte altre attività sociali. I posti di lavoro così creati nel settore pubblico non solo hanno prodotto reddito, occupazione, rilancio dei consumi e dell'attività produttiva, ma anche qualificazione, istruzione e formazione per tutti i partecipanti, credenziali queste che possono essere rivendute in futuro anche nel settore privato.

Ma come ha potuto il governo argentino finanziare tutte queste attività? Anche in questo caso la risposta è abbastanza semplice: la banca centrale, il Banco Central de la Republica Argentina, ha rinunciato al dogma inutile e controproducente dell’autonomia e indipendenza e si è messa al servizio del governo argentino, finanziando la sua spesa pubblica tramite emissioni di nuova base monetaria (riserve bancarie elettroniche, banconote, monete metalliche).
Analizzando i contributi netti al PIL cumulato nel periodo 2002-2011, avremo così che la spesa pubblica si aggira intorno alla considerevole quota del 35%: una cifra importante ma in verità molto inferiore rispetto per esempio alla spesa pubblica annuale in Italia, che supera spesso il 50% del PIL complessivo della nazione.
Tuttavia, essendo stata convogliata verso finalità utili e redditizie e avendo messo soprattutto nuovi mezzi monetari nelle mani di chi per ovvi motivi ha più tendenza a spendere e consumare rispetto alla sterile tesaurizzazione precauzionale dei risparmi, la spesa pubblica argentina ha subito prodotto effetti positivi di espansione economica a tutti i livelli.

Da notare anche che l’Argentina non si è volontariamente ingabbiata in frustranti vincoli di pareggio di bilancio, potendo quindi modulare il regime di tassazione progressiva e indiretta in base a quelle che sono le reali esigenze di contenimento dell’inflazione e mantenimento nel tempo del potere di acquisto del peso.
In Italia invece non solo la spesa pubblica è sproporzionata e spesso inefficiente, ma i cittadini e le aziende sono pure gravati da un prelievo fiscale tra i più alti del mondo, che annulla sul nascere qualsiasi tentativo di mettere in atto politiche espansive.
Mentre in Argentina si creano soldi dal nulla e questi soldi vengono spesi nell’economia reale, in Italia si prendono in prestito soldi dai mercati finanziari da spendere spesso in modo dissennato e a vantaggio di una ristretta casta di privilegiati e questi soldi più gli interessi devono essere poi prelevati dalle tasche dei comuni cittadini, dei lavoratori e delle aziende, con tutte le nefaste e inesorabili conseguenze che ciò comporta in termini di riduzione dei consumi e degli investimenti.
Preso atto di queste circostanze più politiche che strettamente tecniche e della scelta suicida di sottostare ai mercati finanziari, non esiste allora alcun motivo per stupirsi o meravigliarsi se in Argentina l’economia continua a crescere mentre in Italia siamo in profonda recessione.
E' così strano che scelte tanto distanti fatte a monte dai rispettivi governi si riflettano poi a valle in effetti altrettanto divergenti e contrastanti? Non dovrebbe essere la semplice matematica a suggerirci che sarebbe andata a finire così?

Fra l’altro il sostegno della banca centrale argentina non si limita soltanto al finanziamento dei piani di spesa pubblica del governo, ma anche ai programmi di ristrutturazione dell’intero sistema economico nazionale, avendo l’istituto appoggiato le iniziative di nazionalizzazione del settore pensionistico (niente di eccessivamente anormale o sconvolgente perché anche in Italia o in Germania gli enti di previdenza, l’INPS e il Deutsche Rentenversicherung, sono pubblici e nessuno hai mai gridato allo scandalo, accusandoci di statalismo) e delle maggiori imprese di estrazione petrolifera, come nel caso della YPF che prima era in mano alla spagnola Repsol. Queste operazioni del governo argentino sono state necessarie non solo per garantire ai cittadini l’erogazione dei servizi essenziali e la proprietà pubblica delle risorse strategiche, ma anche e soprattutto per difendersi dall’ostilità dei mercati finanziari e dal mancato afflusso di capitali esteri: se i profitti delle multinazionali straniere della finanza e del petrolio se ne vanno all’estero e contemporaneamente nessuno porta nuovi capitali, è chiaro che in assenza di queste drastiche scelte di riappropriazione a tappe forzate delle primarie risorse finanziarie e naturali, l’Argentina sarebbe stata stretta in breve tempo in una nuova morsa dell’indebitamento estero. A parte che bisogna ancora capire cosa ci sia di tanto immorale e sacrilego (agli occhi dei funzionari del FMI e degli squali di Wall Street naturalmente, non dei nostri) nel garantire ai cittadini di uno stato democratico e civile la continuità di erogazione della pensione, dell’elettricità, del gas, del carburante, visto che le privatizzazioni hanno storicamente arrecato più abusi, inefficienze e rendite di posizione, che reali vantaggi per i consumatori. E poi, non è umanamente più giusto e razionale che i profitti ricavati dalle risorse naturali di un territorio vengano redistribuiti tra i cittadini di quel paese, invece di arricchire i forzieri di pochi soggetti privati e persino stranieri?

Domande davvero pesanti e improrogabili, a cui l’Argentina ha già risposto con fermezza, mentre i nostri governanti farlocchi e mercenari si ostinano ad abbozzare risposte approssimative e balbettanti, non più accettabili come chiusura definitiva e conclusiva del discorso. Si tratta dunque di quel radicale cambio storico di paradigma di cui abbiamo accennato all’inizio, che l’Argentina sta perseguendo con coraggio e determinazione e ha già messo in crisi parecchie volte le vecchie e sclerotizzate plutocrazie occidentali, che ancora hanno in patria la necessaria forza politica e finanziaria per tenere sotto scacco interi governi, sindacati, mezzi di informazione, opinione pubblica.
Ma probabilmente il ribaltamento più interessante e rivoluzionario riguarda appunto lo stesso ruolo della banca centrale, che in Occidente riveste obblighi di tutela degli interessi privati e di stabilità dei prezzi, mentre in Argentina ha più decisamente intrapreso la strada della lotta alla disoccupazione e alla povertà, del sostegno all’economia reale, della stabilità finanziaria nel suo complesso, di cui il contenimento dell’inflazione rappresenta solo un tassello importante ma non prioritario.
E i risultati raggiunti sembrano fino ad oggi premiare tutte le scelte fatte dalla banca centrale argentina perché la disoccupazione è scesa dal devastante 54% del 2001 all’8,3% (meno di Italia e Stati Uniti, e nulla in confronto ai livelli occupazionali e ai disagi sociali di Spagna e Grecia), il salario minimo garantito è cresciuto di ben otto volte, il PIL è in continua ascesa, il debito pubblico è diminuito dal 166% al 48%, gli interessi sul debito sono passati dal 21,9% al 6% del bilancio, il tasso di povertà è crollato dal 45% al 14%, con la povertà estrema ben inferiore al 7% (vedi grafico sotto). Dati entusiasmanti che fanno impallidire gli inqualificabili governi del rigore e dell’austerità disseminati in tutta Europa, in cui questi indici di prestazione economica e sociale sono tutti inesorabilmente e drammaticamente in caduta libera.



L’unica vera incognita in questa carrellata di successi di politica economica è il dato sull’inflazione che secondo fonti governative sarebbe intorno al 10% annuo, mentre secondo i calcoli degli analisti del FMI avrebbe già sforato il 25%.
Ed è proprio su questa interminabile diatriba riguardo ai tassi di inflazione e di crescita che è natol’acceso scontro al vertice fra le due Cristine (descritto magistralmente dal grande Sergio di Cori Modigliani sul blog Libero Pensiero).
La battagliera presidentessa argentina risponde colpo su colpo all’algida e inflessibile direttrice del FMI Christine Lagarde, che proprio in questi giorni ha estratto il primo cartellino giallo nei confronti dell’Argentina in attesa di ricevere dati economici più affidabili entro dicembre, ottenendo in tutta risposta la pronta replica di Cristina Kirchner: "il mio paese non è una squadra di calcio. È un paese sovrano e, come tale, non ha intenzione di accettare una minaccia".
La situazione insomma è abbastanza compromessa e surriscaldata, ma in questa contesa cruciale per il destino e il significato stesso della sovranità democraticadi una nazione, l’Argentina per nostra fortuna non intende arretrare di un passo, potendo contare sull’appoggio degli altri paesi sudamericani alleati e facendo da apripista per tutti quegli stati non più sovrani che vorrebbero magari in un prossimo futuro svincolarsi dalla stretta mortale del FMI e dell’Unione Europea (sono la stessa cosa, perché uno è il corollario dell’altra e viceversa), come la Grecia, la Spagna e la stessa Italia. In effetti, numeri alla mano, basterebbe solo mettersi d’accordo su quali beni e servizi considerare all’interno del paniere come base di calcolo dell’inflazione e il discorso sarebbe chiuso univocamente, anche se rimarrebbe ancora aperta la questione dell’aumento fittizio dei prezzi di alcuni prodotti agricoli ed alimentari dovuto alla speculazione finanziaria e alle scommesse sui derivati future.

Fra l’altro, come ha già dimostrato l’ottimo Giovanni Zibordi sul sito Cobraf, si potrebbe procedere anche ad un calcolo indiretto dell’inflazione tramite il tasso di cambio delle valute nazionali in un regime di cambi flessibili, dato che tale rapporto riflette più o meno i livelli relativi dei prezzi interni ai due paesi presi in esame. A parte infatti le compravendite di moneta che avvengono a titolo puramente speculativo sui mercati valutari, un residente di un paese cambia la sua valuta in una valuta estera solo quando deve comprare dei prodotti da importare da quel dato paese e quindi lo stesso tasso di cambio delle due divise si allineerà in un certo senso al prezzo dei prodotti che verranno scambiati nei flussi incrociati fra i due paesi: più alto sarà il differenziale di inflazione del primo paese rispetto al secondo e maggiore sarà la svalutazione della sua moneta rispetto alla moneta del secondo paese, perché a parità di volumi di merci scambiate sarà più elevata l’offerta di moneta del paese più inflativo rispetto a quella del paese meno inflativo.
Utilizzando questo semplice meccanismo, se confrontiamo il valore iniziale di cambio nel 2002 di 3 pesos per 1 dollaro con quello attuale di 4,7 pesos per un 1 dollaro avremo una svalutazione complessiva del peso del 56% rispetto al dollaro, e ricavando nel periodo considerato un’inflazione media negli Stati Uniti pari al 2,5%, avremo che l’inflazione media annua in Argentina in questi ultimi dieci anni sarebbe stata intorno all’8,1%, ben lontana dai picchi del 25% annui stimati dal FMI.
Questo è lo stesso motivo per cui oggi possiamo dire con pochi margini di errore che l’uscita dall’euro della Grecia comporterebbe una svalutazione del 70% della nuova dracma nei confronti dell’euro, perché la somma dei suoi differenziali di inflazione rispetto alla media europea porterebbe a questo risultato. Mentre per la medesima ragione, a prescindere dai numeri catastrofici e dagli allarmismi ingiustificati sparsi a caso dalla propaganda per terrorizzare la gente, la svalutazione della lira sarebbe intorno al 20%.
I numeri non sbagliano, mentre le voci di popolo sono e rimarranno sempre voci di popolo.

Ma a parte i semplici strumenti analitici dell’economia che porterebbero a smontare la tesi del FMI e tralasciando per il momento il fatto che questi conteggi manterrebbero sempre un certo grado di approssimazione per la solita storia della differenza sostanziale di calcolo dell’inflazione negli Stati Uniti e in Argentina, la faccenda è più prettamente politica, morale, filosofica che tecnica.
Quello che l’Argentina sta cercando di dimostrare al mondo intero è che l’inflazione non può essere considerato l’unico parametro di valutazione dello stato di salute e benessere di un paese, perché ne esistono molti altri, primi fra tutti i dati sull’occupazione e la povertà, e su questo versante non ci sono dubbi che l’Argentina sia un paese virtuoso perché sta utilizzando tutti gli strumenti fiscali e monetari a disposizione nel solo interesse del bene del suo popolo.
Mentre al contrario, l’Europa con la sua maniacale e ossessiva fissazione sul dogma della bassa inflazione di derivazione monetarista e neoliberista, sta portando alla deriva la stabilità sociale, inasprendo i conflitti e creando immense sacche inferocite di disoccupati e nuovi poveri.

Per capire meglio questo concetto, sarebbe opportuno rileggere con molta attenzione le parole del giovane economista argentino Ivan Heyn, morto suicida in un albergo a Montevideo a dicembre scorso in circostanze sospette, dopo aver partecipato “guarda caso” ad un turbolento incontro con i funzionari del FMI: “Che cosa me ne importa a me di avere un’inflazione al 3% come avete voi in Europa essendo infelici tutti, se io posso dare felicità alla mia nazione con un’inflazione al 30%? Lo so da me che va abbassata, ho studiato economia anch’io. Lo faremo. Ma lo faremo soltanto quando ci saremo ripresi tutti. Non prima. 
La felicità ha valore soltanto se può essere condivisa collettivamente, è una teoria economica, questa, e mi meraviglio che lei che viene dal Primo Mondo non lo sappia. La felicità per pochi privilegiati, non è vera felicità, è avidità bulimica. E’ un peccato mortale. Lo sa anche il papa. E noi siamo cattolici” (frase tratta sempre dal blog di Sergio di Cori Modigliani, che conosce molto bene come vanno realmente le cose in Argentina avendoci vissuto per parecchi anni). Una dichiarazione molto simile per certi versi agli illuminanti e memorabili discorsi dell’indimenticato presidente partigiano Sandro Pertini, quando diceva che un popolo povero, affamato, poco istruito, privo di giustizia sociale non può essere libero e la libertà è il maggiore valore fondante di una democrazia.

E’ chiaro che in una fase di crescita economica tumultuosa come questa, il dato secco dell’inflazione passa in secondo piano rispetto ai parametri da cui può eventualmente scaturire un’impennata improvvisa dell’inflazione, che malgrado tutti i tentativi diffamatori e lesivi in Argentina non c’è ancora stata: livello di piena occupazione, saturazione della capacità produttiva,politiche salariali troppo espansive, aumento della domanda aggregata non più corrisposto da un contemporaneo aumento dell’offerta aggregata, mancanza di controllo sui prezzi, squilibri permanenti nelle partite correnti con l’estero.
Siccome l’Argentina è ancora ben lontana dal raggiungimento di questi traguardi o fenomeni tipici della fase finale di un ciclo economico, ecco che il problema dell’inflazione per tutti i funzionari del governo e della banca centrale è in realtà un falso problema.
E la grintosa governatrice del Banco Central Mercedes Marco del Pont  può orgogliosamente dichiarare che approvando ad aprile scorso la nuova Carta Organica, l’istituto sarà legato a doppio filo con le politiche del governo rinunciando alla pretesa di autonomia che non porta a nulla, tranne alla deflazione e recessione perenne. E secondo il nuovo statuto la missione primaria e fondamentale della banca centrale argentina non sarà soltanto “preservare il valore della moneta ma includerà anche lo sviluppo economico con giustizia ed equità sociale, l’occupazione e la stabilità finanziaria”.
Un vero schiaffo di sfida nei confronti di tutti i principi antidemocratici e i valori antiumani su cui si è fondata nel tempo la supremazia schiacciante e scriteriata della finanza rispetto alle istanze razionali ed etiche degli stati ancora sovrani di gestire l’economia in modo sostenibile e solidale:

1)   Lo sviluppo economico non piace alla finanza, perché quando i redditi si espandono, gli affari vanno bene, i debitori pagano i creditori, è difficile mettere in atto strategie di espropriazione di ricchezza ed estrazione di valore dal basso verso l’alto

2)   La giustizia e l’equità sociale è una vera bestemmia per la finanza, che ha costruito le sue fortune sulla più diseguale redistribuzione e concentrazione di ricchezze nelle mani di pochi oligarchi che il mondo abbia mai conosciuto

       
3)   L’occupazione non è mai stato un reale obiettivo della finanza, visto che, a parte gli istantanei guadagni speculativi sulle aspettative e sui dati forniti periodicamente dal governo, produce una maggiore spinta al rialzo dei salari dei lavoratori e minori rendimenti e profitti per gli investitori


4)   La stabilità finanziaria non è mai stata una condizione propizia per chi vive di rendita e di speculazione, dato che riduce la volatilità dei titoli e la possibilità di fare grandi profitti in poco tempo.


Non ci stupisce quindi tutta questa ostilità nei confronti dell’Argentina, sospinta e sobillata dagli ambienti che contano di Wall Street, della City di Londra, di Berlino, di Parigi, di Hong Kong, di Tokyo. Una carta di intenti di questo tipo avrà fatto sussultare sulla sedia migliaia di manager e dirigenti di grandi gruppi finanziari, che credono ancora per abitudine e convenienza che la banca centrale sia soltanto un ente privato al loro servizio, il cui unico scopo sia quello di fornire quantità illimitate di liquidità a comando e di mantenere nel contempo un alto valore e potere di acquisto degli immensi patrimoni accumulati. Un’istituzione chiusa e relegata al solo settore bancario e finanziario, come un vero e proprio Fortino Militarizzato di Ricchezze, che ha l’obbligo categorico di frenare qualunque assalto della società civile, dello Stato e della cosiddetta economia reale, ogni volta che questi ultimi rivendicano il sacrosanto diritto di avere i mezzi di pagamento necessari per una corretto funzionamento dei flussi commerciali e una migliore redistribuzione delle risorse finanziarie.

Non a caso le riviste patinate più vicine al mondo finanziario hanno subito inserito la governatrice argentina Del Pont nella lista dei 10 peggiori banchieri centrali del mondo, basandosi evidentemente soltanto su preconcetti, pregiudizi o semplice antipatia personale perché in verità dati reali che confermino inconfutabilmente l’incompetenza e inefficienza della funzionaria ancora non ne esistono. La solita accusa meccanica e infondata che l’eccessivo ricorso alla creazione di nuova base monetaria, volgarmente chiamata “stampa di moneta”, porterà prima o dopo all’iperinflazione della Repubblica di Weimar o dello Zimbabwe dimostra invece una totale ignoranza dei meccanismi moderni di circolazione della stessa base monetaria (formata per il 97% da riserve bancarie elettroniche e solo per il restante 3% da banconote e monete metalliche), che è praticamente tutta interna al circuito interbancario, emergendo in superficie soltanto quando le banche concedono prestitiai clienti o i clienti stessi prelevano allo sportello questi soldi virtuali ottenendo in cambio banconote. Solo così le famose banconote, che passando rapidamente di mano in mano farebbero aumentare la velocità di circolazione del denaro e innalzare di conseguenza l’indice dei prezzi al consumo, avrebbero un reale effetto inflativo, mentre in caso contrario l’unico modo in cui un banchiere centrale potrebbe assumersi la diretta responsabilità di aumentare la quantità di moneta circolante e produrre inflazione è quello di lanciare banconote da un elicottero. Con buona pace di tutti gli incalliti e retrogradi monetaristi, neoliberisti, devoti della sacralità dell’autonomia, della bassa inflazione e della rarefazione monetaria, il sistema monetario moderno funziona così e prima o dopo dovranno farsene una ragione.
E’ l’inflazione a trainare la maggiore offerta di moneta da parte della banca centrale e non viceversa, così come è sempre l’inflazione ad influenzare in prima battuta la svalutazione della moneta e non viceversa (in seconda e terza battuta rientrano invece gli squilibri delle partite correnti con l’estero e le compravendite di moneta sui mercati valutari).

L’esperienza del Canada, che ha una banca centrale simile a quella argentina autorizzata a supportare direttamente il governo e a partecipare alle aste primarie di collocamento dei titoli di stato (come accadeva in Italia prima del divorzio fra Ministero del Tesoro e Banca d'Italia del 1981), è abbastanza emblematica: malgrado la banca centrale abbia da sempre “stampato” moneta in accordo con il governo, in Canada, dal dopoguerra ad oggi, non abbiamo mai assistito  a fenomeni iperinflazionistici.
In sistemi invece meno solidali nella collaborazione con i governi e più orientati a foraggiare illimitatamente i circuiti bancari privati, come quello degli Stati Uniti, Gran Bretagna, Giappone, le rispettive banche centrali hanno allagato il mercato interbancario con immense iniezioni di liquidità, attraverso le cosiddette operazioni di quantitative easing, senza che questo diluvio abbia aumentato di un centesimo di punto percentuale l’inflazione percepita. Una simile circostanza è giustificata dalla semplice considerazione che queste quantità incalcolabili di riserve bancarie elettroniche sono appunto riserve e a parte l'irrisoria percentuale di richieste di conversione in banconote circolanti da parte dei clienti delle banche, il loro destino è già segnato: vengono custodite gelosamente nei conti di deposito dei singoli istituti presso la banca centrale in qualità di asset infinitamente negoziabile e liquido, trasferite senza sosta da un conto all’altro in cambio di titoli, utilizzate per compensare i pagamenti incrociati fra una banca e l’altra, senza mai vedere la luce del sole.

L’unico modo, ripetiamo, per aumentare la massa di moneta circolante, ovvero i nostri depositi bancari e le banconote, è una maggiore attività creditizia delle banche commerciali, che come sappiamo può avvenire solo quando esiste una reale domanda di prestiti del mercato, sono verificate le garanzie fornite e i parametri di rischio del debitore, sono rispettati i requisiti patrimoniali della banca come richiesto dagli accordi bancari internazionali di Basilea. E sappiamo purtroppo per esperienza che quando l’attività creditizia delle banche è fuori controllo (boom), non solo ci sono rischi incombenti di inflazione (magari limitati ad un solo settore, come quello immobiliare), ma anche reali possibilità di nascita di bolle speculative che coinvolgono a cascata tutti gli altri settori, gli altri paesi fino a creare le premesse di interminabili crisi finanziarie globali. Così come sappiamo che quando l’attività creditizia si riduce drasticamente (crunch), la scarsità di moneta circolante che ne deriva può creare disastrosi effetti di deflazione dei prezzi, dei salari e depressione di un’intera economia. Gli enti governativi di vigilanza, in perfetta sintonia con le politiche monetarie di controllo dei tassi di interessi della banca centrale, dovrebbero essere efficienti e tempestivi abbastanza per mantenere un dosaggio equilibrato e stabile dell'attività creditizia, intervenendo direttamente solo in caso di evidenti deviazioni sia nell'uno che nell'altro verso.    

L’Argentina quindi, alla faccia di tutti i suoi detrattori, parte avvantaggiata sul versante della prevenzione dell’inflazione (e deflazione) anche per questo motivo: ha un settore bancario molto ridotto e in gran parte nazionalizzato, un’attività creditizia scarsa e frammentaria, un controllo di vigilanza molto preciso e puntuale da parte della sua banca centrale.
Con queste premesse, è difficile che ci possano essere nell'immediato aumenti imprevisti di moneta circolante, eccessi di debito privato e quindi eventuali pericoli di inflazione, che non siano direttamente collegabili alla sola spesa pubblica dello stato, ed è forse questo il maggiore fattore che ha determinato il successo economico dell’Argentina: non la statalizzazione massiccia, ma la concentrazione dei flussi finanziari all’interno di canali molto esegui, visibili e facilmente controllabili.
Al contrario di ciò che accade in Europa, negli Stati Uniti, in Giappone, non esistono in Argentina grandi gruppi finanziari e gigantesche corporazioni predatorie, fondi pensioni privati, banche ombre (shadow banks), banche d’affari, banche d’investimento specializzate in strumenti derivati, che possono soggiogare lo Stato, orientare le scelte politiche e reprimere a loro vantaggio le richieste dell’economia reale sempre più allo sbando. Come dimostrato in un recente studio dal titolo già di per se molto eloquente “Too much finance?”, scritto da tre importanti economisti, tra cui l’italiano Ugo Panizza, per conto dello stesso FMI, non esiste un collegamento diretto fra le dimensioni del settore finanziario e la crescita economica di un paese, anzi i dati dimostrano che aree con imprese finanziarie molto sviluppate, aggregate e ramificate spesso soffrono di prolungati periodi di recessione, mentre regioni in cui il settore finanziario è trascurabile, limitato e controllato sono protagoniste di altrettanti fasi di espansione economica. Un'evidenza empirica che ancora una volta da ragione alle scelte intraprese dall’Argentina e dovrebbe mettere in guardia tutti i ministeri dell’economia e delle finanze, gli enti di vigilanza e le banche centrali sparse nel mondo.

L’unico serio rischio che corre l’Argentina è quello dell’isolamento, promosso dallo stesso FMI e dal boicottaggio delle nazioni neoliberiste europee, asiatiche, americane, che a lungo termine può compromettere la stabilità dei conti esteri. Ma anche qui la combattività del governo e della banca centrale, ispirata forse dal temperamento delle due donne al comando, non mostra segni di cedimento e in questi ultimi anni l’Argentina ha addirittura raddoppiato le sue riserve monetarie in valuta estera, che saranno utili per difendere o allentare in via preventiva la forza di cambio della valuta nazionale in caso di attacchi speculativi e per evitare ulteriori fughe di capitali all’estero, dovute principalmente ai timori di eccessiva fragilità della divisa nazionale. Considerando l’attuale situazione di equilibrio delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, l’Argentina può dormire ancora sonni tranquilli, anche se prima o dopo parte delle sue riserve valutarie dovranno essere destinate al pagamento delle rate del debito estero congelato alle fasi immediatamente successive la dichiarazione di default del 2001.

Nonostante però tutte le cupe previsioni di crollo imminente, l’ultimo avviso ai naviganti potrebbe essere questo: non abbiate paura, panico, timore di osare, di capire, il Faro argentino rimane sempre lì, invisibile soltanto agli occhi di chi non lo vuole vedere. E un giorno non tanto lontano, se non verremo sospinti dalla tempesta sulle terre gelide dell’Antartide, è possibile che la sua luce intensissima indichi la via agli sparuti naufraghi dell’Occidente e a tutti coloro che sono ancora accecati dai bagliori fatui della propaganda di regime. In fondo, come dicono i Maya, il Giorno della Fine del Mondo si sta avvicinando a grandi passi e per evitare strane sorprese, sarebbe meglio prepararsi per tempo, prendendo spunto da chi è già in salvo e al sicuro.


Pubblicato da PIERO VALERIO

http://tempesta-perfetta.blogspot.it/2012/10/la-banca-centrale-pubblica.html#more

martedì 2 ottobre 2012

LA GUERRA KIRCHNER-LAGARDE


Da leggere e meditare attentamente....


ARGENTINA: IL SALARIO MINIMO GARANTITO FA IMPAZZIRE IL FMI

La guerra tra le due Cristine e l'impatto sull'Europa.
Sopratutto sull'Italia

In Gran Bretagna gli hanno dato un nome preciso e ormai la seguono come se fosse una telenovela nella sezione geo-politica: “The Christines at war”,la guerra delle Cristine, che sarebbe una fiction a puntate davvero impossibile non seguire. Ci siamo anche noi, dentro, naturalmente, e il nostro ruolo in questa telenovela non è certo dalla parte dei buoni.
La Storia ci ha messo nella situazione di dover interpretare il ruolo di quei personaggi che quando entrano in scena, dopo le prime due battute, ci spingono a dare una gomitata al nostro compagno di poltrona per commentare “questo mi sa che fa una brutta fine”.
Non siamo certo gli eroi di questa fiction iper-realista.
Di Sergio Cori Modigliani


La nuova puntata (vera chicca per gourmet) si è svolta in un sontuoso teatro internazionale: la East Coast degli Usa, tre giorni fa uno scambio di battute al fulmicotone tra la segretaria del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, dalla sede di Washington –reduce da un incontro ufficiale con il ragionier vanesio- la quale, infantilmente ha minacciato l’Argentina usando di proposito una metafora calcistica “per il momento sto mostrando a quella nazione il cartellino giallo; ma c’è una inderogabile scadenza che è il 10 dicembre 2012. Superata quella data scatterà automaticamente il cartellino rosso e l’Argentina verrà espulsa dal Fondo Monetario Internazionale”. 

La presidente argentina si trovava in quel momento a un tiro di schioppo, stava a New York, al palazzo dell’Onu. Da aggiungere che (gli sceneggiatori sono abili professionisti di mestiere) nell’esatto momento in cui madame Christine minacciava la senora Cristina, la presidente stava parlando all’assemblea dell’Onu a Manhattan perorando la causa dell’indipendenza del Sud America e chiarendo –con gravi toni minacciosi ben coperti dalla consueta retorica diplomatica- che il teatro internazionale geo-politico non è più quello degli anni’70 e che la grande stagione dello schiavismo colonialista è tramontata. Finito il suo intervento, i suoi segretari le hanno comunicato immediatamente l’esternazione della sua omonima francese. E la presidente Kirchner ha dichiarato subito: “L’Argentina è una grande nazione. Ma prima ancora è una nazione grande. 
Abbiamo un vasto territorio baciato dalla fortuna naturale. Abbiamo risorse nostre, che ci consentiranno la salvaguardia della nostra autonomia e della nostra indipendenza. Ma soprattutto siamo un paese orgoglioso che ci tiene alla propria dignità. Vorrà dire che staremo fuori”.

Chi non ha seguito tutte le puntate della telenovela (ci sono stati anche dei morti, come il giovane economista Ivan, in una storia che ho raccontato mesi fa) forse non può seguire in maniera palpitante questo fronte bellico della Guerra Invisibile e potrebbe non capire di che cosa si tratta.
Ha a che vedere con la Gran Bretagna, l’Italia, la BCE e la loro relazionalità con il Sud America.
Ma soprattutto ha a che vedere con lo scontro tra l’interpretazione keynesiana e friedmaniana dell’economia e con lo scontro dichiarato tra l’interpretazione social-progressista dell’esistenza quotidiana e quella liberista conservatrice.
Questo duello è stato riportato, dibattuto e commentato in tutto l’occidente. Neanche a dirlo, Italia esclusa. I servizi della, peraltro, brava Daniela Bottero, corrispondente della Rai di New York, parlavano del nuovo ipad5, di come a New York si vive l’incipiente autunno, ammaliandoci con la descrizione variopinta della scelta di Mario Monti relativa a quali ristoranti andare, a quali club partecipare e a quali inviti aderire.

In Gran Bretagna, invece, (il vero cuore del problema) a questa puntata hanno dato un risalto talmente forte che la BBC ha scelto di destinarle ben cinque piattaforme mediatiche diverse: televisione di stato, radio, sito on line, diretta streaming, l’intera stampa cartacea mainstream. Per evitare di essere subissato dai consueti commenti della serie “dacce ‘sto link”, in un post scriptum, in copia e incolla, trovate l’articolo preso dal sito on line della BBC, sintetico ma esaustivo.
Qual è il contenzioso?
Eccolo esposto in maniera molto semplice e sintetica:
Il Fondo Monetario Internazionale sostiene che, sulla base dei propri dati a disposizione, l’inflazione in Argentina ha raggiunto la cifra del 30% in seguito alla irresponsabile azione di emissione di carta moneta da parte del Banco de la Naciòn perché in Argentina è stata scelta (il termine usato è “irresponsabile”) la strada degli investimenti in infrastrutture, salvaguardia del territorio idro-geologico, salario minimo garantito, credito agevolato alle imprese, protezionismo (con aliquote altissime praticate a tutte le multinazionali che in Argentina producono ma non investono il loro profitto in attività locali per favorire la occupazione) e aumento del proprio disavanzo di bilancio al fine di potenziare istruzione pubblica, ricerca scientifica e innovazione tecnologica.
Un’inflazione così alta comporta il rischio di “implosione del sistema economico” e quindi il resto del mondo economico, per salvaguardarsi, deve prendere le distanze da un modello economico così disastroso, definito “ormai fuori controllo” e quindi o l’ Argentina si adegua oppure viene espulsa. Una volta fuori, immediatamente verrà chiesto il saldo di tutti i loro bonds, il pagamento di tutte le transazioni internazionali di merci, e l’intero sistema finanziario del pianeta dichiarerà “inagibile” ogni forma di finanziamento all’Argentina, la quale, inoltre, dovrà immediatamente abolire gli investimenti e lanciarsi in una poderosa manovra di austerità, rigore e stretta creditizia, pena la cancellazione dei contratti internazionali di import-export.
Il governo della Repubblica Argentina, invece, sostiene che la propria inflazione è intorno al 9%. E dichiara che i dati forniti dal Fondo Monetario Internazionale non sono dati veri, perché le aziende di rating che hanno fornito le informazioni sono agenzie private finanziate –fatto questo noto- da J.P.Morgan, Citibank e Societè Generale, che sono parte in causa e vogliono destabilizzare l’intero Sud America per avere la possibilità di poterci speculare sopra.
L’Argentina, inoltre, ritiene che l’ FMI “ha lanciato un sistema di punizione” nei confronti delle nazioni dotate di un sistema finanziario economico centrale che vieta (come appunto nel caso dell’Argentina) ogni attività finanziaria speculativa sui derivati, perché gli investimenti finanziari sono consentiti solamente su titoli e aziende che producono merci reali. 
Come ultima considerazione, l’Argentina ritiene che il Fondo Monetario Internazionale abbia come compito quello di monitorare la situazione economica delle nazioni senza dover mai intervenire sulla qualità delle politiche economiche nazionali e locali essendo il principio dell’autodeterminazione dei popoli un valore riconosciuto dalla carta internazionale dell’Onu in data 1948.
Queste sono le due posizioni.

Poiché non si tratta di Juventus-Roma (forza capitano) dove il tifo è lecito, ciò che conta, in questo caso, è comprendere di che si tratta. Ma soprattutto che cosa accade se vince una o l’altra delle due Cristine.
I rapporti di forza non sono affatto come istintivamente si può credere, ovvero Davide contro Golia, perché c’è un piccolo paese, laggiù nel polo sud, che conta poco o nulla, e da solo si è messo contro i poteri forti. Questa è la retorica perdente terzomondista che vive di ideologia e favole sentimentali.
Si tratta di un poderoso braccio di ferro politico, che ci riguarda tutti. Italia in prima fila.
(e vi spiegherò più avanti il perché).
Chi vincerà? Non lo so. Però so chi voglio che vinca. E so, con matematica certezza, che cosa accadrà sia nell’uno che nell’altro caso.
Personalmente parlando (qui è il mago che si esprime) penso che abbia molte più chance l’Argentina che il Fondo ;Monetario Internazionale. Il bello è che lo pensano anche i britannici, altrimenti non avrebbero dato un così ampio risalto alla vicenda.
Christine Lagarde fa la voce grossa a Washington, insieme a Monti come partner, perché si sente sicura della vittoria, e a mio avviso sbaglia di grosso. La sua vittoria ha queste tre tappe: il 7 ottobre a Caracas (elezioni politiche in Venezuela, paese fondamentale per l’intero occidente in questo momento); il 6 novembre in Usa (elezioni politiche presidenziali); il 15 novembre, data in cui la troika consegnerà il proprio rapporto sullo stato impietoso della Grecia; a quel punto la nazione ellenica verrà protestata, spinta fuori dall’euro e surprise! invece del contagio, non accadrà un bel nulla se non uno scossone della durata di 48 ore. Si mostrerà e dimostrerà, pertanto, che l’euro funziona e regge ogni urto, la Grecia sprofonderà nella miseria e nell’incertezza (dimostrando che senza l’euro non c’è salvezza) e l’euro sorretta dal petrolio scontato del Venezuela, sorretta da Wall Street (che nei dieci giorni successivi alla vittoria di Romney sarà andata alle stelle con enormi guadagni di tutto il sistema bancario europeo) finalmente si potrà assestare e dare ordini al resto del mondo. Quantomeno alla parte occidentale.
Questo è ciò che pensa la Lagarde.

Ma quali armi ha l’Argentina? Enormi, gigantesche. E le sta usando tutte.
Vi racconto una delle armi usate nel recente passato (finito con successo venti giorni fa) relativa a una precedente lontana puntata della telenovela dal titolo “La guerra dei limoni tra le due Crisitne” con una successiva puntata dal titolo “Coke is the real thing, baby!”.
Veniamo alla puntata dei limoni.
Quando nel 2004 l’Argentina, reduce dal suo fallimento, comincia a rimboccarsi le maniche per l’auspicata ripresa, si avvale di diverse forme di consulenza economica, tra cui quella di un gruppo di scienziati tedeschi: per tradizione storica, i tedeschi sono di casa laggiù. Arrivano gli agronomi verdi dalla Germania, portandosi appresso la nuova tecnologia ecologica, evoluta nel campo dell’agricoltura. I tedeschi scoprono che i limoni argentini sono eccellenti. E varano un ingegnoso piano. Grazie al fatto di avere uno sterminato territorio a disposizione, il governo investe una massiccia quantità di denaro per lanciare un sistema di cooperative agricole occupando circa 150.000 ettari per produrre il più vasto limoneto del pianeta. Per avere il frutto ci vogliono anni, ma la tecnologia aiuta.

Finalmente, alla fine del 2009, ecco i succosi limoni. Vanno al mercato internazionale. La frutta risulta seconda, per qualità, soltanto ai limoni italiani (la più pregiata specie in assoluto) con l’aggiunta del fatto che ha un prezzo di mercato inferiore del 212% ai limoni siciliani, liguri, greci, turchi, spagnoli, provenzali. I più grossi consumatori di limoni in Europa sono tedeschi e britannici, per via della loro alimentazione. Ai tedeschi servono per condire una loro insalata e i krauti di cui sono ghiotti e agli inglesi servono per spruzzare il loro piatto unico quotidiano, i celebri “fish&chips”, cartoccio composto da filetti di baccalà e patate fritte che ben si accompagnano con la pinta di birra al pub, ogni sacro giorno alle ore 17.,30. I tedeschi si avvalgono di forte sconto ma arriva anche la Coca Cola, il cui amministratore delegato, in persona, vola a Buenos Aires e firma un accordo commerciale della durata di 25 anni per avere i limoni con i quali compone la ricetta di ben 22 delle sue 30 bibite sparse in tutto il mondo. L’amministratore dichiara che il 93% dei propri limoni li prende in Argentina, il restante 7% dalla Florida.

Poco tempo dopo, si passa alla soia. E arriva la Cina: contratto commerciale della durata di 50 anni; acquistano il 92% della produzione nazionale di soia (decine di migliaia di ettari coltivati sempre dai tedeschi) e 10 milioni di vacche. I bovini vengono allevati da produttori argentini nelle sterminate praterie d’altura, macellati, squartati come piace ai cinesi, incartati, messi su giganteschi aerei frigoriferi e ogni giorno partono 50 giganteschi aerei da trasporto che portano a Pechino la carne necessaria per sfamare circa 250 milioni di cinesi. Arrivano anche i giapponesi che si prendono la produzione di acqua minerale di ben 122 ghiacciai del polo sud per un totale di 20 milioni di ettolitri al mese per 50 anni. I giapponesi bevono l’acqua argentina ma non lo sanno. Tutto ciò contribuisce a un aumento del pil argentino dell’ordine di un +5% all’anno e sarà il trampolino di lancio della loro ripresa economica. Dai cinesi, l’Argentina si fa pagare in dollari e bpt italiani; dai giapponesi in dollari e bpt tedeschi. Dai tedeschi e inglesi in euro.
Ma nel 2010 la situazione geo-politica cambia precipitosamente. Dall’Unione Europea partono chiare indicazioni di andare all’attacco delle economie floride keynesiane. 

Per un fatto politico. La Gran Bretagna è la prima ad adeguarsi. E’ il primo atto del neo-eletto David Cameron. Non appena insediatosi, scopre che i limoni argentini –all’improvviso- non rispettano i parametri sanitari internazionali. Di conseguenza, si rivolge per protesta all’Unione Europea e Van Rompuy in persona denuncia l’accordo chiedendo una penalizzazione per l’Argentina, oltre a chiuderle l’accesso alle esportazioni internazionali. Per un mese l’Argentina protesta, soffre e si preoccupa. Dopodichè si fanno venire in mente un’ottima idea. La Kirchner personalmente scrive una lettera al quartier generale della Coca Cola ad Atlanta dove spiega alla multinazionale che dal giorno dopo non beccano più neppure un limone. Non solo. Avvalendosi della denuncia dell’Unione Europea, confortata dalle dichiarazioni di origine stampate sulle bibite della Coca Cola, si appella all’OMS chiedendo che vengano tolte dalla circolazione in tutto il continente europeo le 22 bibite che contengono limoni argentini “perché prive dei dispositivi di salvaguardia sanitaria previsti dalle convenzioni europee vigenti, visto che l’Europa sostiene che i nostri limoni non vanno bene, si deduce che non possono andare bene neppure bibite composte con i nostri limoni”.
Per la Coca Cola si tratta di un danno di circa 25 miliardi di euro.
Inizia un contenzioso durato ben 20 mesi, un braccio di ferro tra le due Cristine. Il finale della puntata è noto. Il presidente della Coca Cola tranquillizza la Kirchner dicendole “ghe pensi mi”.
E ci riesce. 1-0 per l’Argentina.
Fine della precedente puntata.

Quella prossima, datata 13 dicembre 2012, non si sa come andrà a finire. Ma si sa che cosa accadrà se vince la Christine francese: 48 ore dopo, l’Argentina, accettando l’espulsione, protesterà il contratto con la Coca Cola, dirà ai cinesi che staranno senza carne e senza soia; dirà ai giapponesi che staranno senz’acqua da bere; dirà ai tedeschi che non avranno più il petrolio con lo sconto. E tutta questa gente andrà a chiedere ragioni alla Christine a Parigi. L’Argentina, quindi, avrà come avvocati difensori la Coca Cola, la Cina, il Giappone, l’industria agricola tedesca.

E l’Italia?

Automaticamente fallirà la Telecom, e due giorni dopo la Enel annuncerà che la propria fattura viene triplicata. Intesa San Paolo, Banco Popolare di Milano e Mediobanca subiranno in borsa un crollo di almeno il 40% del loro valore. Perché?
Perché la Telecom è un’azienda decotta. Eppure i suoi bilanci sono buoni: è vero.
Ma il profitto (che la tiene a galla) lo prende da Telecom Brasile e da Telecom Argentina, nazioni nelle quali gestisce l’intero sistema di telecomunicazioni digitali, terrestri e satellitari.
Verranno subito nazionalizzate. Non solo. Verrà anche nazionalizzata subito anche l’Enel, che gestisce tutto il sistema dei servizi di erogazione di energia elettrica a Buenos Aires, in Bolivia, a Rio de Janeiro e che per la bilancia italiana è fondamentale. Inoltre, verranno messi subito all’incasso bpt italiani per un controvalore di 22 miliardi di euro, proprio alla vigilia di Natale.
E se l’Italia non ha da pagare, si arrangi. Che vada a farseli dare da Christine Lagarde.
Per ridurla in sintesi, si tratta, in realtà, di una lotta squisitamente politica.
La telenovela sta tutta lì.

Non c’entra niente il business, né il commercio, né gli scambi. Proprio no.
E tantomeno l’economia.
Come ha detto con molta chiarezza la sudamericana Cristina Kirchner “io pretendo che venga rispettata la mia dichiarazione politica”.
E si riferiva allo scontro micidiale a Montevideo lo scorso novembre (quando il giovane economista morì impiccato), nel corso del quale Christine Lagarde la minacciò di sanzioni e isolamento se non cambiava politica economica. In quell’occasione la Kirchner disse:

  “Preferisco avere un’inflazione altissima e spropositata se so che la disoccupazione dal 34% è scesa al 3,5%; che la povertà è diminuita del 55%; che il pil viaggia di un +8% annuo; che la produttività industriale è aumentata del 300%; che c’è lavoro in Argentina, c’è mercato per tutti, e il mio popolo è molto ma molto più felice di prima, piuttosto che avere un’inflazione del 3% come in Italia, dove c’è depressione, disperazione, avvilimento e l’esistenza delle persone non conta più. E questa è un’affermazione politica. Di principio e sostanziale. Non lo ha ancora capito?”

Sembra che non lo abbia capito.
Sembra che non lo abbiano capito neppure gli italiani.
La crisi economica è uno specchietto per le allodole.
Si tratta di uno scontro micidiale politico tra due diverse modalità, totalmente contrapposte, di interpretare l’esistenza. E in questo scontro, l’economia, lo spread, ecc, sono semplicemente uno strumento di minaccia e ricatto per far passare un disegno politico di espoliazione, espropriazione e schiavizzazione degli esseri umani in Europa.
Altrimenti non si chiamerebbe Guerra Invisibile. Perché non si vede.
Non è certo un caso che la cupola mediatica, in Italia, abbia scelto di non acquistare i diritti per trasmettere le puntate della telenovela delle Due Cristine. Meglio che nessuno la veda.

Ed è meglio anche che nessuno sappia nulla dei limoni, dei verdi tedeschi, ma soprattutto che non venga né detto, né spiegato, né tantomeno mostrato, come se la passano quelle nazioni che hanno avuto l’ardire e l’ardore di dire no all’austerità, no alla sudditanza nei confronti dei colossi finanziari, ma soprattutto no ai diktat delle banche centrali.
Mentre da noi Monti & co. officiano continue messe da requiem dell’ingegno, della creatività, del lavoro e della voglia e bisogno di imprendere della nazione, da qualche altra parte del mondo si balla il tango e la milonga, e ci si sente vivi. Sono molto più poveri di noi, hanno molto meno di noi, sono molto meno ricchi di noi.
Eppure, sono molto ma molto più felici.
Non è questo, dopotutto, che conta nella vita dei popoli e delle nazioni.

http://www.vocidallastrada.com/2012/10/argentina-il-salario-minimo-garantito.html

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Scommetto 10 contro 1 che quasi nessuno,noi compresi, sapeva di questi fatti che i vergognosi media di un paese occupato come l'Italia accuratamente nascondono,mentre la "brava" Giovanna Bottero da New York ci imbottisce di minchiate dell'ipad et similia.
Ancora oggi il nostro,anzi il non nostro,presidente golpista a Madrid sproloquiava di irreversibilità dell'euro come il più squallido dei servi,incurante delle proteste di questi giorni del popolo spagnolo.

Spero che questo popolo orgoglioso lo mandi a farsi fottere in Italia,dove viene preso per padre della patria. invece che per un miserevole scudiero degli usurai internazionali.
Gli é persino stato consegnato il premio "Nuova Economia"....tutto da ridere.....la nuova economia non é altro che quella fallimentare neoliberista di cui questo pulcinella è fedele servitore,ruolo che sempre ha svolto nella sua carriera,cambia solo il padrone di turno.