martedì 20 novembre 2012

IL TRAMONTO DELL'EURO



Un libro da leggere e rileggere

Finalmente qualcuno spiega al popolo come funzionano le politiche dei cambi e i mercati delle valute.
Ma Bagnai fa di più: ripercorre e rilegge la storia economica del nostro paese e dell’Eurozona alla luce della scelta compiuta, a partire dalla seconda metà degli anni ’70, di convergere verso la moneta unica, prima con il propedeutico divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, poi l’ingresso nello Sme, la crisi del 1992 (quando Amato “rubò” il 6‰ dai conti correnti degli italiani), infine l’Euro. E ci spiega ad ogni passo le conseguenze di queste scelte sulle esportazioni, il debito estero, la distribuzione del reddito, ecc, fornendoci chiavi di lettura essenziali per capire il recente e meno recente disastroso passato politico del nostro paese, e aiutandoci a valutare con maggior cognizione di causa le conseguenze del rimanere ovvero dell’uscire dall’Euro.

Il testo fa giustizia così anche dei luoghi comuni autorazzisti circa “l’Italietta” della “liretta” e delle “svalutazioni competitive”. Le svalutazioni italiane sono state poche e di natura difensiva a seguito di shock esterni avversi (p.e. gli shock petroliferi degli anni ’70), seguiti spesso da rivalutazioni.

Il testo fa giustizia anche dei tanti luoghi comuni legati alla svalutazione, l’inflazione, ecc con cui si cerca di terrorizzare la gente riguardo l’ipotesi di uscita dall’Euro. L’uscita dall’Euro, spiega Bagnai, è non solo possibile, ma sarà comunque inevitabile perché è un progetto insostenibile, e la crisi corrente lo sta dimostrando.

La moneta unica tra aree con diversa produttività è possibile solo a patto di condizioni politiche inesistenti nell’Europa di oggi. D’altro lato la svalutazione reale della nostra economia è conseguenza diretta dell’impossibilità di riaggiustare in modo automatico, graduale e indolore, lasciando agire il mercato del cambio, le piccole differenze di competitività con la Germania,  che invece si sono accumulate nel corso degli anni.

Questo dato di fatto non muterebbe se la BCE “stampasse moneta” per venire incontro ai problemi di finanziamento del debito pubblico degli stati dell’Eurozona, e neppure se lo facesse senza porvi sopra le condizioni vessatorie previste dal Fiscal Compact. All’interno dell’Euro la prospettiva è quella della deindustrializzazione delle economie più deboli e delle acquisizioni straniere dei nostri asset … fino a quando non saremo dichiarati semplicemente un “onere” e non ci avranno dato il benservito.

Il problema quindi è solo se l’uscita dall’Euro sarà decisa e governata ordinatamente il prima possibile, o se avverrà caoticamente con il paese in ginocchio dopo un disastro tipo greco e dopo il compiuto saccheggio della nostra ricchezza collettiva ad opera della finanza internazionale e del complesso bancario-industriale tedesco.

Soprattutto ci viene spiegata la “razionalità politica” di certe scelte apparentemente tecniche: cambi rigidi o flessibili? chi ci guadagna e chi ci perde, tra paesi e all’interno dei singoli paesi? Il mercato delle valute, legato principalmente all’andamento del commercio estero, è l’unico mercato che i neoliberisti vorrebbero regolamentare con cambi rigidi agganciati a monete forti (vedi Argentina …) invece che lasciar corso anche qui alla legge della domanda e dell’offerta. Perché? Perché così si favoriscono le rendite rispetto ai redditi di lavoro, e si consentono politiche predatorie da parte degli investitori a danno dei debitori, e dei paesi con maggiore produttività a danno degli altri.

Testi sulle politiche economiche all’interno di un singolo paese già ce ne sono (per esempio “Economia politica” di Massimo Pivetti, dove le implicazioni sociali delle politiche keynesiane e neoliberiste sono ben esplicitate partendo dai fondamentali dell’economia), e così pure sulla finanza internazionale, soprattutto dopo la crisi del 2008, ma le politiche dei cambi e i mercati delle valute finora li avevo visti confinati nella letteratura per specialisti, come meri “problemi tecnici”.

L’effetto complessivo del libro è liberatorio, nel senso che offre strumenti per capire la realtà e incoraggiarci a pensare che il futuro può tornare a dipendere da noi. Innanzitutto perché ci offre strumenti per cogliere la”razionalità” economica all’opera nella crisi attuale, spazzando i tentativi di dipingerci come vittime impotenti di mercati impazziti, o peggio ancora gli assurdi tentativi di colpevolizzarci tentando di ricondurre i nostri problemi alla nostra inadeguatezza, come popolo e come sistema, di fronte alla sfida della “superiorità tedesca”.

Ma soprattutto perché se la scienza economica continua ad offrire strumenti validi per capire quanto accade all’interno di un quadro interpretativo tradizionale, allora vuol dire che  la ricerca di un paradigma alternativo al neoliberismo oggi dominante è conclusa: Keynes non è affatto morto, il mondo non è cambiato tanto da doverci costringere a buttare a mare l’esperienza positiva di molti decenni di stato sociale, tendenze egualitarie, sviluppo, piena occupazione, diritti del lavoro. Certo, ci sono vecchi problemi e nuove sfide, ma le ricette neoliberiste e il “sogno dell’Euro” appartengono al campo dei problemi, non delle soluzioni.

Dietro i tentativi di convincerci che non c’è alternativa allo stato di cose presente non c’è una scienza “più avanzata”, ci sono soltanto antichi e ben noti interessi di classe da un lato, e un ceto politico (non solo italiano, ma in tutto l’Occidente) che ha sostanzialmente abdicato alle proprie responsabilità, dall’altro.


Recensione di Claudio Romanini

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"La chiarezza espositiva è un altro pregio dell'opera, che si pone così sul piano della migliore divulgazione scientifica, a disposizione di quanti vogliano comprendere i meccanismi dell'economia e il gioco degli interessi di classe e geopolitici che ad essi sottostanno. Il fatto poi che le tesi sostenute da Bagnai coincidano con le opinioni dei massimi economisti contemporanei, contribuisce a dare credibilità alle argomentazioni, anche agli occhi di chi, non essendo del mestiere, potrebbe obbiettare che sì, certo, Bagnai dice cose interessanti, ma ci sono altri economisti che affermano il contrario. Le cose non stanno così, nemmeno sul piano dell'accreditamento internazionale degli studiosi dai quali Bagnai trae ispirazione, rispetto a quelli che egli critica aspramente."

"Le "fonti" e i riferimenti di Alberto Bagnai spaziano da Robert Mundell, economista per altro di scuola liberista, che nel 1961 pubblicò sull’American Economic Review un lavoro dal titolo “Una teoria delle aree valutarie ottimali” che gli valse il premio Nobel per l'economia nel 1999, a Rudiger Dornbusch (346 pubblicazioni scientifiche di cui 112 articoli su rivista, di cui due sono fra i più citati nel dopoguerra; il suo testo universitario sulla macroeconomia è un manuale per i corsi di base di economia che negli anni '80 e '90 del secolo scorso è stato il più diffuso a livello mondiale), allievo di dottorato di Mundell e prematuramente scomparso nel 2002, a Paul Krugman (chi non lo conosce?) premio Nobel per l'economia nel 2008, fino a comprendere persino molti economisti del mainstream più liberista i quali, per dovere di rigore scientifico, non hanno mai lesinato critiche al progetto di unione monetaria in un continente che non aveva, e non ha, le caratteristiche minime per renderlo economicamente sostenibile."

"Dati dunque per assodati il rigore scientifico e il valore divulgativo del lavoro di Alberto Bagnai, una sua ulteriore qualità è costituita dalla prospettiva politica che viene inquadrata, laddove, pur nel rigoroso rispetto dei metodi di indagine dei dati, emerge una valutazione delle scelte che sottendono il lungo processo di gestazione e di gestione della moneta unica, che Bagnai approfondice con il preciso intento di mostrarne le ragioni profonde, sfrondate da ogni forma di retorica europeista."

"Una valutazione che conduce ad una risposta univoca: il progetto di integrazione europea, perseguito con un approccio di tipo monetarista, e culminato nell'euro, è stato il principale determinante della straordinaria operazione di redistribuzione della ricchezza operata negli ultimi trent'anni, sia tra classi sociali che tra i paesi che lo hanno adottato. Più ancora della liberalizzazione dei movimenti di capitali, del divorzio tra Tesoro e Banca d'Italia, della finanziarizzazione dell'economia e delle delocalizzazioni industriali, è la moneta unica la prima a dover essere messa in stato di accusa, perché, introducendo un elemento di rigidità nelle relazioni economico-finanziarie tra i paesi, e, all'interno di questi, tra le classi sociali, ha finito con il rendere persistenti gli squilibri, aggravandoli nel tempo. La governance europea, e i governi, hanno gravemente, e forse intenzionalmente, sottostimato i rischi di tali squilibri, fino alla formazione e deflagrazione delle bolle di debito privato che, oggi, gli Stati sono chiamati a sanare con il ricorso all'indebitamento pubblico. Con l'ulteriore conseguenza di imporre una ancor maggiore diminuzione dell'impronta pubblica sull'economia, a vantaggio delle logiche di privatizzazione di ogni aspetto della vita degli infelici cittadini di questo continente.
olle di debito privato che, oggi, gli Stati sono chiamati a sanare con il ricorso all'indebitamento pubblico."


"In filigrana, lungo tutta l'opera, traspare un atto d'accusa nei confronti di tutte le forze politiche, europee e soprattutto italiane, che non hanno saputo, o non hanno voluto, comprendere i rischi e i costi di un esperimento economico e monetario che avrebbe visto, anche in caso di successo, le classi lavoratrici pagare il prezzo più salato in termini di redditi. Un atto d'accusa che diventa spietato quando viene rivolto alle classi politiche di sinistra, che si sono rese complici di una paternalistica operazione di occultamento della verità a danno dei loro stessi elettori."

Stralci da Fiorenzo Fraioli
http://www.ecodellarete.net/code/xslt.aspx?p=47708



1 commento:

  1. Ho visto il professore i una puntat del progrmma di Paragone,dove ha ridicolizzato il solito piddino aria-fritta.Questo é uno che sa quello cher dice e non i soliti parvenus che regolarmente invitano a dire fesserie sull'euro
    Comperò il libro,e grazie per l'informazione

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