mercoledì 15 agosto 2012

KEYNESIANA

«Come la maggior parte degli inglesi, sono stato educato nel rispetto del libero scambio, considerato non solo come dottrina economica che nessuna persona razionale ed istruita potrebbe mettere in dubbio, ma come un elemento della morale. Consideravo le offese a questo principio come stupide e scandalose. Pensavo che le inconcusse convinzioni dell’Inghilterra in materia di libero scambio, mantenute da più di un secolo, spiegassero la sua supremazia economica davanti agli uomini e a Dio».

Il dogma liberista: l’aumento degli scambi fra Stati, l’interdipendenza economica degli uni dalle merci degli altri, favorisce la pace mondiale; non si può fare la guerra al tuo fornitore o al tuo cliente.

«Non è evidente che concentrare i propri sforzi nella conquista dei mercati stranieri, introdurre nelle strutture economiche di un Paese le risorse e l’influenza di capitalisti stranieri, e dipendere strettamente dalle politiche degli altri per la propria vita economica, sia una garanzia di pace fra le nazioni; l’esperienza e la previdenza ci spingerebbero anzi ad affermare il contrario».

«Se si potesse evitare la fuga dei capitali, opportune direttive economiche interne sarebbero più facili da attuare. C’è un vero divorzio tra i proprietari del capitale e i gestori delle imprese, quando, a causa della forma giuridica delle aziende, il loro capitale è suddiviso tra una miriade d’individui che comprano azioni oggi, le rivendono domani e non hanno la conoscenza né la responsabilità di ciò che possiedono per poco tempo. Questo è già grave all’interno di un Paese; ma le stesse pratiche estese su scala internazionale diventano intollerabili in periodi di tensione».

«Un calcolo puramente finanziario può mostrare che è vantaggioso per me investire in qualche parte del mondo dove l’efficacia marginale del capitale è massima o dove i tassi d’interesse sono più alti. Ma si vede dall’esperienza che il fatto che il proprietario sia lontano dalla gestione nuoce ai rapporti tra gli uomini; e questo provoca presto o tardi delle tensioni ed inimicizie che finiscono per annullare i calcoli finanziari.Mi sento dunque più vicino a coloro che vogliono diminuire l’interconnessione delle economie nazionali, pià che a quelli che la vogliono aumentare. Le idee, il sapere, lascienza, l’ospitalità, il viaggio devono essere per natura internazionali. Ma produciamo in casa ciò che è razionalmente e praticamente possibile, e soprattutto facciamo che la finanza sia nazionale.
Tuttavia coloro che vogliono svincolare un Paese dai suoi legami è bene lo facciano con prudenza e senza precipitazione; non si tratta di strappare la pianta con le sue radici, ma di abituarla a poco a poco a crescere in una direzione diversa».

«Una più grande indipendenza economica fra le nazioni di quella che abbiamo conosciuto nel 1914 possono servire alla causa della pace. L’internazionalismo economico non è riuscito a scongiurare la guerra».

«Il capitalismo, internazionale e tuttavia individualista, decadente ma dominante dalla fine della guerra, non è un successo. Non è nè intelligente nè bello, nè giusto nè virtuoso, e non mantiene le sue promesse. In breve, non lo amiamo e anzi cominciamo a disprezzarlo».

"Abbandonare tutto all’iniziativa privata è incompatibile con il livello di benessere materiale che l’avanzamento tecnologico ci consentirebbe. Soprattutto, i tassi d’interesse devono calare a un livello nettamente inferiore da quello che fissato dal gioco naturale delle forze operanti secondo le antiche regole» (il mercato).


"L’internazionalismo economico con quel che comporta di libero movimento dei capitali e di libero scambio delle merci, può condannare il mio Paese, per una generazione, ad un livello di prosperità materiale inferiore a quella che potrebbe conseguire in un altro sistema. Penso che una deliberata transizione verso una maggiore autosufficienza nazionale e un più grande isolamento economico ci faciliterebbe il compito, senza un costo eccessivo».

«Il XIX° secolo ha assegnato un posto eccessivo a quelli che si possono chiamare “risultati finanziari”, li ha promossi a criterio unico di valutazione di ogni azione, sia pubblica o privata. Vivere era diventato una sorta di parodia di un incubo di contabile. Invece di usare le risorse materiali e tecniche sempre crescenti, per costruire una città splendida, gli uomini costruivano dei quartieri-dormitorio... perchè secondo i criteri dell’impresa privata, i quartieri-dormitorio sono “redditizi”, mentre una città splendida sarebbe stata una folle prodigalità e, nel linguaggio stupido dei finanzieri, avrebbe “ipotecato l’avvenire” – anche se non si capisce come la costruzione oggi di grandi e magnifici edifici impoverirebbe l’avvenire».

«La regola del calcolo finanziario, autodistruttrice, regge ogni momento della vita. Distruggiamo la bellezza della campagna perchè gli splendori della natura, non appartenendo a nessuno, non hanno alcun valore economico. Saremmo capaci di spegnere il Sole e le stelle perchè non rendono dividendi. "

 «Abbiamo cosiderato che dovevamo assolutamente rovinare i contadini e distruggere un’economia fondata su tradizioni antichissime, per guadagnare qualche centesimo su una michetta di pane. Niente doveva sfuggire all’altare di Moloch e Mammona uniti, tutto dovevamo sacrificare a questi mostri, il cui culto ci permetterebbe di vincere la povertà.Tutto s’è ridotto in pura perdita... perchè sono stati sacrificati valori diversi da quelli economici, più essenziali di questi per la vita umana.»

"Che gli individui pensino e agiscano secondo il profitto, da liberisti, va bene. Ma è lo Stato più che l’individuo a dover cambiare i suoi criteri»

«La cosa che dobbiamo cancellare, è la concezione di un ministro delle Finanze che si consideri come il presidente di una sorta di società per azioni.  Le funzioni e gli obbiettivi dello Stato vanno estesi, la scelta di quel che va prodotto all’interno della nazione e di ciò che deve fare oggetto di scambi con l’estero dovrà figurare ai primi posti tra le priorità politiche».

«Produciamo in patria ogni volta che ciò è ragionevolmente e praticamente possibile; e soprattutto, facciamo in modo che la finanza sia nazionale».

«Mi sento più vicino a chi vuol diminuire l’interdipendenza delle economie nazionali, che a coloro che la vogliono accrescere».

( National Self-Sufficiency,pubblicato sulla The Yale Review nel giugno 1933 )

da Keynes, l’autarchico
di Maurizio Blondet


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Ricordiamo che Keynes  rappresentò la Tesoreria alla Conferenza di Pace di Versailles, ma, nel Giugno 1919, decise di dimettersi a causa del fatto che le proposte fatte per la riparazione della Germania erano  impraticabili.  
Pubblica Gli effetti economici della pace (The economic consequences of peace, 1919), e Per una revisione del Trattato (A revision of the Treaty, 1922), in cui sostiene che le pesanti riparazioni imposte alla Germania dai paesi vincitori avrebbero portato alla rovina l'economia tedesca a causa degli squilibri che le avrebbero apportato. Questa previsione viene confermata durante la repubblica di Weimar: solo una piccola parte delle riparazioni viene pagata ai vincitori. Nel tentativo di rispettare gli obblighi la Germania sviluppa una potenza industriale di tutto rispetto, destinata a contribuire al successivo riarmo. Inoltre l'iperinflazione del 1923 che pesa duramente sull'economia tedesca, causa un forte scontento che prepara la strada all'avvento del nazismo. 
In questo lavorò attaccò le figure politiche dominanti con modi sicuri e come risultato non fu più creduto pienamente dal governo.

Con il Trattato sulla riforma monetaria (A tract on monetary reform, 1923) attacca le politiche deflazioniste britanniche degli anni venti, sostenendo l'obiettivo della stabilità dei prezzi interni e proponendo tassi di cambio flessibili. Nel Trattato sulla moneta (Treatise on money, 1930), in 2 volumi, sviluppa ulteriormente la sua teoria del ciclo del credito.

La sua opera principale è la Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta (The general theory of employment, interest and money, 1936), un volume che ha un notevole impatto sulla scienza economica, e costituisce il primo nucleo della moderna macroeconomia.


Nella Teoria generale, Keynes afferma che sono giustificabili le politiche destinate a stimolare la domanda in periodi di disoccupazione, ad esempio tramite un incremento della spesa pubblica. Poiché Keynes non ha piena fiducia nella capacità del mercato lasciato a se stesso di esprimere una domanda di piena occupazione, ritiene necessario che in talune circostanze sia lo Stato a stimolare la domanda. Queste argomentazioni trovano conferma nei risultati della politica del New Deal, varata negli stessi anni dal presidente Roosevelt negli Stati Uniti.
La teoria macroeconomica con alcuni perfezionamenti negli anni successivi giunge ad una serie di risultati di rilievo nelle politiche economiche attuali.


Keynes è nel 1944 alla guida della delegazione inglese a Bretton Woods, negoziando l'accordo finanziario tra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti.
Non riesce tuttavia a raggiungere i suoi obiettivi. Keynes sa che il sistema di cambi fissi stabilito dagli accordi può essere mantenuto nel tempo, in presenza di economie molto diverse quanto a tassi di crescita, inflazione e saldi finanziari, solo a patto di costringere gli Stati Uniti, destinati ad avere una bilancia commerciale e finanziaria positiva, a finanziare i paesi con saldi finanziari negativi
Ma incontra l'opposizione statunitense verso la predisposizione di fondi, che Keynes avrebbe voluto essere assai ingenti, destinati a tale scopo.
Risulteranno insufficienti a finanziare i saldi finanziari negativi dei paesi più deboli e a fronteggiare la speculazione sui cambi, che nel corso del tempo, e in particolare dopo che la crisi petrolifera degli anni settanta avrà riempito di dollari le casse dei paesi produttori di petrolio, diventa sempre più aggressiva.


Keynes, la rivincita sul liberismo

Non sarà stato un profeta... e però sì, aveva proprio ragione lui, John Maynard Keynes, economista principe del New Deal. Lo riconosce il giurista Guido Rossi, che gli ha dedicato un piccolo libro insolito, dal sapore curiosamente utopistico; ma probabilmente lo capirà chiunque, sfogliando le pagine divertenti e fantasiose in cui il grande studioso inglese polemizza con i colleghi liberisti e illustra con gusto la sua idea di futuro (Possibilità economiche per i nostri nipoti, Adelphi, pagine 52, 5,50). 
Opera anomala nel nostro panorama editoriale, il minuscolo saggio ha una struttura a specchio: la prima metà è di Keynes, cioè il testo di una conferenza da lui tenuta a Cambridge nel 1928 (dunque alla vigilia della Grande Depressione) e pubblicato nel ' 31. Subito dopo entra in scena Guido Rossi, che sposta l' obiettivo sul presente, aggiungendo un punto interrogativo al titolo originario e mettendosi nei panni di un Keynes attualizzato, in grado di valutare gli effetti delle sue stesse antiche previsioni. 

Così, apprendiamo  che la crisi attuale non sorprenderebbe il maestro, il quale anzi ci si ritroverebbe a suo agio. Perché il testo filosofico di quegli anni lontani, in seguito ampliato nella celebre Teoria generale del ' 36, denunciava esattamente le stesse cose che gli economisti, allora come oggi, non vogliono ascoltare
Cioè: le presunte virtù magiche e taumaturgiche del mercato, come il riequilibrio automatico della domanda e dell' offerta, sono pura follia; e insomma, se non si provvede a creare la domanda, chi produce alla fine lo fa soltanto per il magazzino.
 Il capitalismo è per sua natura instabile, sicché, per non incorrere nelle inevitabili crisi di sistema, necessita dell' investimento pubblico dello Stato. Rivoluzionarie le tesi di Keynes negli anni in cui furono formulate, e tali restano attualmente per quelli che Guido Rossi definisce i «talebani del mercato», ossia gli ideologi incorreggibili del laissez-faire. 
Ne dà anche una spiegazione: «Gli economisti - afferma - non sono purtroppo gente di cultura. Che abisso li separa da Keynes, raro esempio di literary economist!». Meglio sarebbe stato se costoro avessero seguito l' invito formulato in quella lontana conferenza del 1928: cercassero di somigliare ai dentisti, cioè ad autentici specialisti, anziché a custodi sacerdotali di chissà quale sapienza! 
Ma non c' è speranza che vogliano emendarsi, come dimostra l' attualità della polemica

Quando finirà il culto astratto del capitale finanziario per riscoprire il valore del lavoro, commisurando l' interesse alla produttività?.  

Fin qui,siamo nel seminato,ma poi Rossi tira certe  conclusioni da dimenticare , che nulla hanno a che fare con Keynes: 
la globalizzazione selvaggia cui siamo sottoposti gli sembra possa trovare un limite, una regola (e magari una possibile sanzione) nell' idea di una moneta unica da estendere a tutto il mondo.
Ecco come usare Keynes a sproposito,anzi al servizio di chi lui combatteva..


12 commenti:

  1. A George da Tonino
    Mi riferisco,alle piccole divergenze di vedute,per le quali,alcuni giorni fà, ci siamo scambiate idee..."Se puoi compra italiano"(dicevo Io)...lascia sul bancone un prodotto equivalente,ma prodotto all'estero da un imprenditore ottuso e avventuriero che dislocando la sua produzione in paesi del terzo e anche dell'"altro mondo"e che ha solo il"logo"italiano fa facili guadagni per lui,ma ha creato fame e disoccupazione a chi prima lavorava nei suoi stabilimenti in Patria .Fallo chiudere non comprando il suo prodotto...in automatico farai crescere(per autofinanziamento) l'imprenditore "virtuoso"che insiste ,pure se con fatica,a restare là dove i suoi padri e nonni hanno fondato(senza lauree in economia e commercio,e in istituti di modesta levatura),la sua impresa.
    Dell'articolo di Blondet ho "apprezzato" le seguenti frasi che ti metto in evidenza,e che con poche parole cambiate. sembrano tolte dalle mie considerazioni sull'argomento.

    "Penso che una deliberata transizione verso una maggiore autosufficienza nazionale e un più grande isolamento economico ci faciliterebbe il compito, senza un costo eccessivo».
    «Produciamo in patria ogni volta che ciò è ragionevolmente e praticamente possibile; e soprattutto, facciamo in modo che la finanza sia nazionale».(La frase è ripetuta due volte)"

    Io ho ben chiari i concetti di "autarchia"e "protezionismo"...."dazi"....che hai letto nelle mie considerazioni...."ma" ai quali Io "non ho minimamente accennato",come pure so dei trattati europei che a tutti gli stati impongono restrizioni,per non creare squilibri.
    Il mio concetto era di una "banalità" così disarmante,da riuscire ad ottenere l'effetto contrario ,a ciò che ci si proponeva... l'effetto.di non essere capiti.
    In fondo,il cosiglio era....al supermercato controlla che i pelati siano prodotti in Campania e non in Romania/Bulgaria....che la pasta (di una nota ditta )che compri sia prodotta in stabilimenti italiani....quella prodotta in Turchia o altrove, della stessa marca,falla mangiare ai Turchi.....se compri articoli di vestiario o moda...controlla che "non solamente" l'etichetta sia un "logo" italiano....e tutto il resto,eccetto un piccolo ufficio di "design"e la linea di vendita Italiana(nemmeno "una" operaia italiana in Italia)....il piumone di "nota" ditta dal solo logo italiano(da 750 euro)e tutto fatto in Cina fallo comprare alla cinesina...e se,infine, sei un "duro" che resiste a voler comprare "anche" la macchina italiana...compra i modelli prodotti nelle nostre fabbriche..gli altri ci viaggino i Serbi o i Polacchi,o altri ..etc.....e così via.....forse questi nuovi imprenditori/amministratori(di livello inferiore a quello dei loro antenati)si sbrigheranno a tornare,con la coda tra le zampe, in Italia,se non vogliono scomparire dalla storia dell'automobile.
    Moltiplica questo comportamento "virtuoso"(del consumatore, non del governo che se ne sbatte) per centinaia di prodotti e vedrai un "piccolo miracolo economico",e ciò in barba ai conti sballati di Neostatisti ,che fatti a tavolino,senza conoscere la vera economia(che non si apprende sui libri,ma sul campo) ci stanno danneggiando ogni giorno di più.
    Vedo(e sento dalla TV) che i nostri Soloni(absit iniura verbis... legislatore greco)stanno inventando (come tutti i grandi inventori)l'acqua calda....il"protezionismo" delle nostre aziende di "interesse nazionale",per proteggerle dalle razzie in atto sia dei Crucchi che dei nostri "Alleati Liberatori" d'oltre oceano,e non, come avvenne nella crisi del post 29 quando si fondò l'IRI....Poi chi si pappò quelle aziende,e per merito di chi è altra storia più recente...in un prossimo commento.Ciao Tonino



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    1. Ho letto il precedente post della discussione tra te e George.
      Dico subito che la ragione sta da entrambe le parti e che in generale sono un sostenitore della visione keynesiana,riveduta e corretta ai nostri tempi.(tipo MMT)
      Corretta nel senso che il suo mondo non è l'attuale e che se certe forme di protezionismo potevano essere più facilmente applicate ai suoi tempi,ora mi pare un po' più difficile.Ciò non vuol dire che una certa autarchia,specie su certe produzioni,non sia da adottare."Se puoi compra italiano"(dicevo Io)...lascia sul bancone un prodotto equivalente,ma prodotto all'estero...."
      Ricordo comunque che per adottare una politica economica,finanziaria e monetaria indipendente,occorre sempre riferirsi ad uno stato sovrano,cosa che oggi noi non siamo e che ormai molte aziende sono italiane solo di nome,facenti parte di multinazionali estere.
      Il che vuol dire che gli utili eventuali vengono impiegati altrove.La Ducati ad esempio,è stata recentemente venduta ad un gruppo estero,quindi comprare Ducati,vuol dire comprare italiano? E questo purtroppo vale per una miriade di altre imprese.
      In tutta onestà non credo che questo basti per risollevare le sorti dell'industria italiana.I problemi sono molto più complessi e d'ordine anche politico.(il nostro reverendo Prodi svendette gran parte del comparto alimentare italiano alla Unilever)
      Inoltre questo "protezionismo keynesiano",va visto e integrato alla luce di ben più importanti punti della sua dottrina,come avrai potuto leggere nel post.

      Ma ripeto,possiamo parlare di tutto,immaginarci le più brillanti soluzioni e rimedi,ma finchè l'Italia non ritornerà un paese a moneta sovrana,a politica economica e finanziaria sovrana,fuori da questa gabbia europea di strozzini,resterà sempre tutto lettera morta,accademia,Keynes compreso.
      Non ti vorrei far l'elenco di tutti i trattati e le sciagure che abbiamo sottoscritto,e che a constatare la perdita di sovranità c'è da inorridire.Ciao

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  2. Anch'io non credo che un protezionismo pur intelligente e mirato,sia il problema di fondo dell'economia italiana.Può aiutare il paese,ma non risolverne i problemi d'ordine finanziario e industriale.
    Basta vedere le attuali cause della recessione italiana,determinata da una politica recessiva fatta solo di balzelli e tasse varie.E' la domanda che latita,i consumi ristagnano e non si tratta di comprar straniero o italiano,ma di non poter comprare affatto.
    Proprio per far fronte ad una domanda inesistente Keynes riteneva determinante il ruolo dello Stato per crearla con opportune politiche di investimento (infrastrutture....)

    Ma qui,come dice Johnny,stiamo parlando a vuoto,perchè ogni soluzione dipende comunque dall'essere uno stato sovrano,padrone della sua moneta e delle sue politiche economiche.
    Cosa che oggi non siamo,e quindi son solo discorsi accademici,pur interessanti e istruttivi.

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  3. Farei presente a Tonino,che per quanto ad esempio riguarda l'energia (un grosso capitolo passivo della bilancia pagamenti),hai voglia di comprare italiano! Cosi pure per molti prodotti insufficienti della ns produzione e che dobbiamo importare,come il grano,tecnologia....mica roba da poco.Certo ,fin che si tratta di scarpe,abbigliamento,vino,formaggi,ortofrutta.....e tante inutili ciofeche estere si può fare,ma per molte cose importanti ai nostri bisogni sei costretto a comprare estero.
    Ma poi mi chiedo pure che farebbero altri Stati che da noi importano,di fronte ad un ns protezionismo,magari nei confronti dei loro prodotti.
    Come minimo,adotterebbero le stesse misure punitive protezionistiche nei nostri confronti...e allora?
    Ai tempi di Keynes (1930) le cose stavano in modo molto diverso,forme anche spinte di autarchia erano possibili,c'è stata addirittura la famosa battaglia del grano.....hai voglia oggi di farla,ne importiamo la metà,e non per sport,ma perchè la ns produzione é insufficiente a coprire i bisogni della popolazione,per quanto si possa razionalizzare...idem per la carne...non certo beni marginali e sostituibili...

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  4. Ma infatti lo stesso Keynes dice : "Produciamo in patria ogni volta che ciò è ragionevolmente e praticamente possibile; e soprattutto, facciamo in modo che la finanza sia nazionale"

    Non é poi così drastico,parla di "ragionevolmente e praticamente possibile",cosa che per certi prodotti,quelli appunto indicati da bennyhill,é impossibile.Devi per forza comprarli all'estero,e son capitoli ben consistenti della bilancia dei pagamenti.
    Insomma,voglio dire che non mi sembra una gran soluzione,ma solo un aiutino....senza appunto contare la reazione degli altri paesi nei nostri confronti.

    Più importante,ma anche Keynes lo ritiene, ritengo invece essere una forma di protezionismo finanziario,per quanto anch'esso oggi molto difficile da applicare,ma certo foriero di grandi benefici,se ben studiato.

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  5. Vedo,che non si finisce mai di imparare....Bennyhill e Sevigny mi hanno insegnato che il petrolio e il gas non si trovano sui banconi dei super mercati(siamo costretti a comprarli all'estero,però!!)..."grazie" dell'informazione..e voglio contraccambiare la gentilezza....In tempi in cui si faceva "programmazione industriale",Noi Italiani eravamo tra i pochi a comprare alcuni petroli russi non pregiati(con alti contenuti di paraffine)...questi petroli si vendono male perché le paraffine o cere solidificano e precipitano a temperatura ambiente... attappando tutto...viaggiano e si movimentano male, e si trattano con alti costi.Ma Noi li compravamo ...perché???...Perché le paraffine ,una volta separate, erano la base per una lunga e redditizia catena produttiva...gli oxoalcoli...base di tutta la detergenza sintetica, dagli sciampi(anche dei bambini) ,ai detersivi casalinghi,fino agli sgrassanti industriali....Tutto ciò scaturì dallo "studio economico"preventivo dell'import estero interno,e dei paesi confinanti.....Morale... si comprava un petrolio a basso costo,e una volta deparaffinato si rivendeva a costo pieno...si producevano per l'export in molte aree confinanti prodotti finiti di valore(detergenti),si azzerava l'import di quei prodotti,si produceva ricchezza,posti di "vero" lavoro,e si migliorava la bilancia estera...Ma allora eravamo ancora la"sesta"potenza industriale del mondo(ed eravamo governati da gente di maggior valore...anche se ci vuole poco)...Vi prego,"insegnatemi" altri segreti(sulle materie prime che non abbiamo) che non conosco...in particolare su cosa e perché lo importiamo...io vi ringazierò e vi darò informazioni aggiuntive(se le ho) per completare le vostre(da me insospettate) conoscenze....Attenzione che,oggi, con l'ILVA potremo cadere in una catastrofe industriale irreversibile(il problema è sempre la programmazione industriale)...Chi ci "vuol bene" e ci vuole convertire in un popolo di "pizzettari",o il polmone europeo della manodopera a basso costo...stà per piazzare una bel fendente mortale per raggiungere il suo obiettivo....Ciao Tonino

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  6. Tonino,l'hai presa dal verso sbagliato,io non insegno niente a nessuno,espongo solo considerazioni e faccio domande,a cui tu non hai risposto.Interessante la storia del petrolio russo,ma oggi non funziona certo così.E pur a basso costo (quanto?) si tratta sempre di cifre importanti, e consideriamo anche che l'Italia non comprava solo petrolio russo.Il maggior fornitore per anni é stata la Libia.
    Comunque l'italia importa quasi tutte le materie prime,energia compresa,anche nucleare,quindi non potrà mai essere un paese autosufficiente che può permettersi grandi politiche protezioniste.
    Tutto qui

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  7. Quanto all'Ilva e seguenti,sono d'accordo,lo scopo degli usurai é di smantellare l'apparato produttivo e creare una sacca di manodopera a basso costo in tutta l'europa meridionale.

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  8. Mj scuso con Benny Hill
    L'autosufficiemza è "evidente" che non la può raggiungere una nazione come l'Italia ,per metà montuosa e non utilizzabile quindi "nemmeno" per l'agricoltura...con una densità di circa 300 abitanti per KMquadro,inclusi quelli(nessuno) che abitano sul Gran sasso e sul monte Bianco.....L'uniche materie prime che abbiamo in abbondanza sono..la povertà,la disoccupazione,la delinquenza,le mafie...con tutto ciò "stranamente"continuiamo ad importare anche in questi campi,arriveremo quanto prima a 60 milioni(ma non di crescita dei locali),quando invece in "piena efficienza" riuscivamo a sfamare 45/50 milioni di Italiani.....Questa situazione così "eclatante",ti mette il dubbio che nei nostri governi si sono succeduti "sprovveduti" o "dormienti".
    Torniamo al bilancio che deve sempre "chiudere",altrimenti ti "indebiti",andando a chiedere continui prestiti,a usurai che vivono nei loro "Eden",aspettandoti al varco,soprattutto nei momenti di crisi,che"spesso"hanno creato loro stessi per depredarti di tutto,e ridurti al livello di servo della gleba.
    L'Italia (come sappiamo tutti) NON ha le materie prime più importanti...le deve comprare da Paesi possibilmente amici(con forti esigenze di importazione),vedi il petrolio che l'Italia comprava ovunque "spuntasse" un costo più basso...l'Iran,l'Iraq,i paesi arabi "tutti",l'America del sud,la Nigeria,la Russia...e anche,tra gli altri, la Libia....Considero degli "sprovveduti" quegli imprenditori e governanti che...oggi..."sprecano"quel po' di risorse che abbiamo in casa(10% dei nostri consumi ,in Val d'Acri o gas in mare Adriatico e Ionico).....in vista di "supercrisi" all'orizzonte "intanto" consumerei gas/olio estero...e Just in case alla fine mi"sparerei"il mio...
    Le materie prime come sappiamo "acquistano" valore(talvolta molto grande) se trasformate in prodotti finiti, che "rivendi" all'estero...il processo non avviene "gratis" ma richiede lavoro e intelligenza umana,e perizia nel farlo con tecnologie avanzate, e producendo ad"alta qualità"
    Il bilancio "globale" si chiude se col vendere i prodotti ottieni di pù di quello che paghi per acquistare le materie prime...col "surplus" ti ci paghi i servizi...

    Con i"laureati"più o meno "sottili" che hanno infestato l'Italia negli ultimi 30 anni,il bilancio non quadrò più,perche oltre le "ruberie"troppo sopra il fisiologico,abbiamo smesso di produrre e soprattutto in eccesso...
    Caro Benny Hill spero di averti convinto che non ce l'ho con te,ma con gente "molto più in alto" ma contemporaneamente"molto più in basso"capaci solo di viver con le regole della giungla che ci stanno imponendo.Ciao Tonino

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    1. Ma dai,Tonino....ci mancherebbe,mai ho pensato che ce l'avessi con me!non hai bisogno di convincermi e nemmeno di scusarti!Normale dialettica.
      Direi anche che condivido totalmente questo post,noi abbiam sempre vissuto di trasformazione con "lavoro e intelligenza umana,e perizia nel farlo con tecnologie avanzate, e producendo ad"alta qualità".
      Purtroppo molto di questo lavoro é stato defraudato da una politica spesso non a livello della situazione,quando addirittura non si manifestava con veri e propri ladrocini.

      Essendo l'Italia un grande paese esportatore ho sempre coltivato "una pazza idea",e cioè che il cambio lira euro non fu sbagliato, come molti dicono,perchè troppo alto,ma perchè troppo basso.Dovevamo cambiare a 2100 lire ,non a 1932.Avremmo certo pagato più care le importazioni, ma come importante paese trasformatore ed esportatore avremmo ben resistito a certi avvenimenti.Invece,da primi esportatori in Europa pre euro,questo ruolo é ora della Germania,a cui fu applicato un cambio favorevole,col beneplacito dei soliti politici incapaci di salvaguardare i ns interessi.
      Ma come dicevo,sarà solo una mia pazza idea.Ciao

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    2. Chissà,forse sarebbe stato meglio...a patto che avessero controllato la speculazione ingiustificata sui prezzi,che raddoppiarono nel giro di un anno o poco più,rendendo di fatto l'euro sostanzialmente ancor più rivalutato nel mercato interno.Era chiaro per tutti che in pratica 1 euro era =1000 lire,con l'aggravante che stipendi e salari son sempre rimasti al palo,con perdita del 40% del potere d'acquisto,calo dei consumi,e conseguenti crisi aziendali...

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    3. Quindi se ho capito bene,il cambio a 1932 lire ci penalizzava nelle esportazioni,mentre all'interno con un euro che in pratica corrispondeva a mille lire,penalizzati nei consumi,visto anche lo scarso adeguamento di pensioni,salari,stipendi.
      Non a caso ci siamo costantemente impoveriti da allora....fino alla sciagure attuali.
      Non c'é che dire,una grande trovata....

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