venerdì 28 maggio 2010

ITALIA UNITA E LE SUE LETTERE



(intervista a Gianni Celati - di A.A.Tristano - Il Riformista 27\5)

"A Manzoni preferisco il darwiniano Leopardi"




Il professore, alla maniera dell’amato Swift, fa una modesta proposta: far studiare a scuola le Operette morali al posto dei Promessi sposi.
Una scelta che ha a che vedere con la sua idea di Italia: «Si parla dei 150 anni dell’Unità, ma non possiamo dimenticare la cecità della cultura piemontese. Cosa fu al sud, quest’Unità, se non una rischiavizzazione dei Savoia?».
Gianni Celati, che ha insegnato linguistica, comparatistica e letteratura in più di un continente, da Princeton a Caen a Bologna, che ha scritto saggi (Finzioni occidentali) e prose di invenzione (Comiche, Parlamenti buffi, Narratori delle pianure), affermandosi come uno dei massimi narratori italiani, oggi fa il libero battitore nei territori del racconto.
Non è un neoborbonico del 2010, mai potrebbe, lui nato a Sondrio nel ’37, cresciuto sul Po ferrarese e presto divenuto cittadino del mondo, ma sull’Italia unita e le sue lettere ha un’idea precisa: «L’Unità era un’operazione sacrosanta, bellissima. Ma che errore fu la cancellazione di Napoli dalla cartina politico-culturale del potere italiano… La città di Basile, di Vico, di Giordano Bruno, all’avanguardia su tutte le altre città italiane. Napoli doveva essere la capitale della nuova Italia, altro che Roma: ci si dovrebbe vergognare della boria di Roma, dove tutti han paura che il Papa li sculacci, come diceva Fellini…».
E a proposito di libri fondanti: «Prendiamo I promessi sposi, capolavoro autentico che introdusse la stabilizzazione ferrea di un sistema letterario, la definizione imperativa di un racconto nazionale. È giusto studiarlo, ma per me l’opera simbolo che tutti gli italiani dovrebbero leggere, sono le Operette morali di Giacomo Leopardi, suprema forma di darwinismo letterario, che prospetta l’uomo oltre il proprio confine, che ci ricorda la nostra mortalità insegnando a vergognarci delle nostre vanità, a non esser categorici mai. Per me quelle pagine sono l’educazione più sicura, quella a cui sento di dover tornare…».
Celati ha da poco pubblicato con Feltrinelli i suoi Sonetti del Badalucco nell’Italia odierna, metà autobiografia e metà ballata - protagonista è un attore povero e anziano, Attilio Vecchiatto - sul tema di Amleto secondo la versione di quel Jules Laforgue che ispirò il Carmelo Bene di Hommelette for Hamlet. E in questi giorni sta ultimando il montaggio di un suo film documentario sull’Africa, frutto di una lunga permanenza nel continente nero:
«Ci andai dopo aver insegnato a Chicago. Lì tutti prendevano Prozac. Anch’io vedevo tutto scuro. Ma in Africa la depressione non esiste...».
Da vent’anni ha trasferito la propria residenza in Inghilterra. Dove, alle ultime elezioni, secondo lui ha vinto comunque Blair: «Al governo sono andati i candidati che più gli somigliano e ha perso quello che gli somigliava di meno, per quanto fosse dello stesso partito. Brown più che all’idea del bene crede in una specie di matematica teologica, da puro protestante scozzese. Blair ha fatto riforme che resteranno. Io comunque avrei votato per i verdi…».
In Italia, Paese «inospite, triviale», di «fango e brulicame» in mano a Badalucco «cavalier furbino» (come scrive nei suoi Sonetti), non saprebbe.
Il rapporto con la politica si è azzerato quando si chiuse la militanza nel vecchio Pci. Lui, addetto al lavoro culturale in quel di Bologna: «Mi ricordo quando battevo le case del popolo in provincia per spiegare il mio anti-stalinismo, con i commenti dei compagni basiti che mi davano del “liberale” o “testa di cazzo”, che per quella platea erano perfetti sinonimi, e mi costringevano a scappare nella nebbia… Frequentavo amici di famiglia, veri partigiani, in fiduciosa attesa della rivoluzione, che della guerra avevano conservato le pistole o i mitra, e mica nascondendoli ma tenendoli bene in vista in cucina. Ma soprattutto amavo le donne di quel vecchio Pci, qualcosa che rendeva il comunismo come l’eros del Simposio di Platone, qualcosa che unisce il greve e l’acuto, il duro e il molle…».
Celati non ha mai smesso l’attività di traduttore. Il suo primo rapporto professionale con la letteratura. «Ero a Londra con una borsa di studio, dedito a quel delirio della lettura che ancora mi accompagna. Scoprii un testo di Jonathan Swift ancora inedito in Italia. Era la Favola della botte. Il testo capitò nelle mani di Italo Calvino, che lo fece pubblicare. Divenimmo amici. Quando tornavo da Londra, e lo facevo sempre in macchina, mi fermavo sempre da lui a Parigi, dove viveva. Grazie a lui debuttai con le mie Comiche. Calvino era una straordinaria macchina narrativa, aveva la capacità di fare di ogni cosa un racconto. Ma fu rovinato dai suoi complessi di inferiorità. Verso tutti: la Francia, gli strutturalisti, Roland Barthes, alla cui lezioni assisteva come uno studente qualunque, Giorgio Manganelli, Edoardo Sanguineti…
A Parigi incrociammo Beckett e lui non volle incontrarlo, e si commosse perché in lui vedeva lo scrittore che non sarebbe mai stato. Era ossessionato dal mantenere la fama che si era conquistato, quella del “grande intellettuale”, “il grande autore”, lui che in privato si definiva “uno scrittore domenicale”, come se quella sua facilità di raccontare fosse una debolezza, una specie di frivolezza intellettuale a cui non doveva piegarsi. Era fermo a un’idea newtoniana della scienza e della letteratura, la teoria dei quanti non la volle frequentare mai. Mi ricordo gli ultimi momenti di lucidità in clinica a Siena, prima che morisse. Ripeteva fra sé: “Le rette, le parallele… Giovanni Di Marzo… fenomenologo”: un romanzo embrionale, queste frasi, il romanzo che non poté scrivere. Ai suoi funerali l’intellighenzia italica diede davvero il peggio di sé: capannelli sparsi e mormoranti dove c’era chi pianificava di pubblicare il suo ultimo libro in quattro lingue, chi si sentiva già suo delfino, chi strologava su contratti da firmare. Povero Italo…».
C'era una volta Alice. E c'è ancora. Tim Burton ne ha tratto un successo planetario per il cinema. Nelle analisi politiche sul recente voto britannico c'è chi l'ha tirata in ballo perché «la Costituzione al pari di Alice nel paese delle meraviglie si deforma come se avesse mangiato funghi allucinogeni» (Richard Newbury sulla Stampa).
Per Celati, Alice invece vuol dire 1977. La Contestazione. «Avevo lasciato l’insegnamento alla Cornell University, nello Stato di New York, dopo essere stato indicato da Manganelli per la cattedra al Dams di Bologna. In America avevo conosciuto a fondo la controcultura, di cui Alice era divenuto il simbolo. Decisi di dedicare il mio corso proprio al personaggio di Lewis Carroll». L’Alice italiana fu la bambina del Movimento che infiammò quell’anno con i carri armati spediti da Cossiga per le strade di Bologna. «Dovetti firmare delle carte con cui mi assumevo la responsabilità totale di quanto accadeva durante il mio corso». In quegli anni, in quelle aule, c’erano ragazzi che di lì a breve avrebbero occupato la scena culturale italiana. Sui quali Celati ha opinioni differenti. Pier Vittorio Tondelli: «Intelligentissimo. Una mente portata per gli affari. Ebbe subito successo con Altri libertini, costruito a tavolino in Feltrinelli. Io gli dicevo: “Ma perché non provi a rileggere Ariosto?”. Ma lui pensava solo agli americani. Riducendosi a scrivere libri che sembravano cattive traduzioni dei romanzi d’oltreoceano». E Andrea Pazienza: «Forse il più grande talento della sua generazione. Non fece mai nulla per compiacere nessuno. Ma che balordi, gli eroinomani…».
Dovesse indicare gli autori di cui mai privarsi, oggi Celati direbbe tre nomi: «In cima ci metto Antonio Delfini, grandissimo stilista semi-sconosciuto, lontano da ogni convento. Poi Beckett, capace di scrivere cose che a nessuno riuscirebbero. E Proust: ho cominciato a leggerlo seriamente solo sui 50 anni, e dentro ci trovo tutto».
Ma, in sostanza, perché si scrive? «Quando scrivo mi capita di pensare a Totò.
Totò ci ha riscattato tutti, ha sgonfiato i tromboni. Perché scrivere? In fondo si scrive perché nessuno è mai da solo, perché immagini da qualche parte qualcuno in sintonia con te. Forse, si scrive solo per amore…».
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(Commento di un ns collaboratore)


La parte del tenero reducismo ,del come eravamo,non mi entusiasma mai molto perchè nasconde sempre il lato oscuro che inevitabilmente si trascina dietro, (e che appunto resta sempre in ombra), a favore dell'alone romantico del poi su fatti e circostanze che al loro tempo non lo avevano affatto.
Più interessante quel che riguarda l'Italia unita e le sue lettere.
Che l'Unità fosse un'operazione sacrosanta e bellissima, è alquanto opinabile,visto che per duemila anni,ad eccezione di Roma e fascismo,la terra italiana mai ha conosciuto unità politica,culturale e spirituale.
Mi vien da dire che questa è la sua naturale condizione esistenziale.
Una certa unità può essersi verificata,seppur parzialmente,a livello linguistico.
Una condizione simile ha vissuto la Germania,la cui unità è ancora piu recente,ma dove le varie entità territoriali conservano ampie autonomie che in Italia non si son mai sognati di riconoscere,facendo di questa unità una traballante chimera.
Si diceva,l'Italia è fatta,ora bisogna fare gli italiani.
Forse bisognerebbe rifarli entrambi.
Quanto ai libri fondanti,d'accordo sulle operette morali e su Leopardi in toto,ma il libro più moderno,anche poeticamente,resta sempre la Commedia dantesca in particolare (sapendola spiegare,cosa mai accaduta nelle scuole, e senza che le note sian più lunghe del testo) e tutta la produzione in generale del fiorentino.Aggiungerei pure il Machiavelli.
Tralascio la troppo facile e banale battuta africana e il must dell'italia inospite e triviale,così pure altre affermazioni condite di facile retorica.
Pare che questi personaggi sian vissuti in un altro mondo dal dopoguerra in avanti,sempre a mitizzare un'italia che non è mai esistita come loro l'immaginano.
Pare inoltre che non si siano accorti della generale mutazione antropologica intervenuta in tutto il globo,certamente in peggio.
Dopo Badalucco ci sarà un Badalicchio,o pensa Celati che tutto sarà diverso? Che la trivialità scomparirà?
E' costume di ogni intellettuale italiano trovarsi bene in paesi in cui vengono applicate leggi che non vorrebbero mai in Italia e contrarie a tutta la loro storia politica e culturale.
Penso proprio a Gran Bretagna,USA e Francia.Lì però stanno al passo,mentre quando ritornano qui ,o parlano del loro paese,fan fuoco e fiamme.
Su Calvino,come scrittore,nutro qualche perplessità e credo sia stato molto sopravalutato.
Sarà pure stato una straordinaria macchina narrativa,come dice Celati,ma quanto resterà?
Forse non era tutto understatement quando lui stesso si definiva "scrittore domenicale",mentre non era affatto un intellettuale della domenica,razza ora in enorme espansione.
Certo Becket è Beckett.....l'abbiamo mai avuto noi uno come questo o uno scrittore che,almeno dal dopoguerra in avanti,non infilasse sempre la politica in un certo modo nei suo romanzi?
Solo molto provincialismo letterario.Pochi si son salvati,forse il Gattopardo,Gadda.
Di Alice non voglio parlare,si può dir tutto ed il contrario di tutto.
Gli autori di cui mai privarsi?
Ok Proust,che una volta entrati nel suo modo di scrivere,vorresti continuare a leggerlo ancora dopo quattromila pagine,e ovviamente Beckett la cui sintesi comica e tragica del mondo è inarrivabile.
Delfini non lo conosco e quindi mi taccio.
Io aggiungerei Nietzsche,Cèline e Shakespeare.

(corrado prestianni)

10 commenti:

  1. Sempre il solito vizio di parlar male del proprio paese,i termini son gli stessi usati al tempo della lunga egemonia DC.
    Forse tutti questi intellettuali han la memoria corta,e ricordan solo quello che vogliono ricordare.E' come l'infanzia,si dice il periodo più bello perche forse non ce lo ricordiamo affatto.
    Che ne dice Celati degli anni di piombo?
    Chissà che bella Italia?
    Quando sono all'estero vedon solo quello che vogliono,tutto il bello,ma dimenticano sempre il resto.Certo,loro non vanno nelle favelas o nelle periferie di Londra,Parigi....
    Va beh...ormai conosciamo questo sport...

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  2. Molti di questi credono che solo l'Italia sia cambiata in peggio,quando il mondo è cambiato nello stesso modo.
    Ma dove stanno quando sono all'estero?
    Dentro le università si vede molto poco di quanto accade.
    Che ne dice degli USA,il nostro professore?
    Vada nei ghetti neri,nei quartieri degradati di Los Angeles......
    Altro che Italia!

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  3. Ci mancava la battuta su totò,magari al tempo era uno di quelli che lo consideravano un povero guitto,come molti dei suoi amici!
    A parte gli argomenti letterari,è un'intervista che gronda della solita retorica del fasullo politically correct.
    In Africa non c'è depressione,dice Celati,ma che bravo...! Che scoperta...!

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  4. La condizione normale italiana è quella del 1492.

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  5. Possibile che sta gente,parlassero anche di spaghetti all'amatriciana,tiran sempre in ballo la politica e i tempi migliori!
    Ma quali?

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  6. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  7. Su Celine non ho voluto esagerare,ma son d'accordo con te.
    Calvino in molta produzione,non ha fatto altro che guardare ai francesi tipo Queneau e soci (che son meglio) e ha ragione la Benedetti quando ha sollevato un vespaio sull'esagerata importanza attribuita alla sua narrativa,rispetto al filone pasoliniano.
    Su Proust non son totalmente d'accordo,è vero sono atmosfere ormai lontane da noi,ma credo abbia dato molto alla letteratura,specialmente nei primi due libri.Trovo pure esagerati gli altri due sulla gelosia(Albertine)e stucchevole i Guermantes.Però il discorso si farebbe lungo...

    Da giovanissimo rimasi entusiasta dei Tropici di Henry Miller,nessuno scriveva così a quel tempo,e credo che Bukowski ne sia stato un continuatore.Orwell non si tocca.
    Io però porterei sull'isola deserta anche i Russi e il mio amore di sempre Rimbaud

    Ma ci sarebbe molto ancora da dire...

    Ti saluto

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  8. ..anzi esagero con Celine....e correggo

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  9. alla fine sì, si potrebbe continuare all'infinito. condivido con te per i russi che andrebbero salvati in blocco, almeno gli ottocenteschi senza alcun dubbio.

    su Miller e Bukowski non proprio. ci sono grosse differenze, Bukowski è molto molto molto meno letterario di Miller, almeno secondo me. è proprio, scusami l'espressione abusata, una poesia da strada, che parte e torna lì, come di rimbalzo ma non potrebbe avere parabola diversa, è lo sputo lanciato in aria.Miller parte con delle tirate filosofiche che non finiscono più... è comunque un altro ambiente. poi certo Bukowski la mole di opere di Miller non ce l'ha... peccato.

    Céline è di un altro pianeta, che lo dico a fare. è una parola dentro la carne, sia prima che dopo. lì c'è la vita, immediatamente. e c'è la morte. con altri scrittori devi essere tu a essere predisposto a tagliare gli strati, le cartilagini, che separano le parole dal sangue. è un'altra razza di scrittori, inutile a dire. sono i più necessari. di letterario hanno solo che usano la penna, i fogli e le lettere delle parole...

    un saluto

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  10. Certo,è un altro ambiente e sopratutto un altro tempo (anni '30),almeno per i Tropici.
    Dopo,a parte alcuni capitoli di Primavera Nera,purtroppo è molto ripetitivo e non ha più la freschezza di quando era un bohemien squattrinato.

    Su Celine non ho altro da aggiungere a quanto tu mirabilmente dici.

    Chissà,forse l'epoca dei grandi scrittori è finita.Raramente ormai leggo romanzi,non ci trovo più nulla che resti in te a libro chiuso.
    Alcuni non son nemmeno riuscito a finirli.
    Rileggo e basta,specialmente i russi.
    Per il resto,trovo più stimolanti i poeti.

    Bye

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