giovedì 30 luglio 2009

MUSICA - UN GRANDE CONCERTO


maurice ravel


Londra 1974,concerto per pianoforte e orchestra di Maurice Ravel.
Esegue Arturo Benedetti Michelangeli,direzione Sergiu Celibidache,London Simphony Orchestra.
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Sicuramente la miglior esecuzione d'ogni tempo ,con un Michelangeli in forma strepitosa e un grandissimo Celibidache,oltre ai favolosi ottoni dell'orchestra londinese.Se ascolterete altre esecuzioni di questo concerto, pur da altri grandi pianisti,vi sembrerà di sentire un'altra musica,tanto Michelangeli ha afferrato l'intima essenza di questo spartito che nessuno ha mai interpretato con il gusto,il tocco e la finezza del nostro.Inimitabile! Buon ascolto.

Part 1 - allegro



Part 2 - adagio assai



Part 3 - presto



Dove ho cominciato ad odiare l'uomo


Delitto e castigo

Parte I, capitolo V

Ed ecco fece questo sogno: lui e il padre vanno per la strada verso il cimitero e passano davanti all’osteria; egli tiene il padre per mano e si volta spaventato a guardar l’osteria. Una circostanza speciale attrae la sua attenzione: questa volta pare ci sia lí una festa, una folla di mogli d’artigiani agghindate e di contadine coi loro mariti e ogni sorta di gente. Tutti sono ubriachi, tutti cantano canzoni, e vicino all’entrata dell’osteria sta una telega, una telega strana. È uno di quei gran carri a cui si attaccano le grosse bestie da tiro e coi quali si trasportano mercanzie e botti di vino. A lui piaceva sempre guardare quegli enormi cavalli da tiro, dalle lunghe criniere e dalle zampe massicce, che andavano tranquilli, con passo misurato, e tiravano dietro di sé un’intera montagna di roba, per nulla sfiancati, come se col carico si sentissero perfin meglio che senza. Ma ora, fatto strano, a una cosi grossa telega era attaccata una piccola, scarna rozza da contadini, di color lupino, una di quelle che egli aveva spesso veduto slombarsi a tirare un alto carico di legna o di fieno, specialmente se il carro s’era affondato nella mota o in un solco della strada, mentre i contadini le picchiavano sempre tanto forte, tanto forte con la frusta, talvolta perfin sul muso e sugli occhi, e lui ne provava una gran pena, cosi grande che per poco non piangeva e la mamma doveva sempre tirarlo via dalla finestra. Ma ecco improvvisamente un baccano: dall’osteria escono gridando e cantando, con le balalaiche, ubriachi fradici, certi contadini di alta statura in camiciotto rosso e azzurro, col gabbano sulle spalle: – Montate, montate tutti! – grida uno, giovane ancora, dal collo taurino e dalla faccia carnosa, rossa come una carota, – vi porterò tutti, sedetevi –. E subito echeggiavano risate ed esclamazioni:
– Una simile brenna, sí che ci porta!
– Ma tu, Mikolka, hai la testa a segno? Attaccare un cavalluccio cosi a una telega come questa!
– Questa bestia avrà di sicuro vent’anni, ragazzi!
– Montate, vi porto tutti! – grida di nuovo Mikolka, saltando per il primo nella telega, poi prende le redini e si pianta in piedi sul davanti del carro. – Il baio è andato via l’altro giorno con Matvèj, – grida dalla telega, – e questa cavallina, ragazzi, mi strazia soltanto il cuore: sarei capace di ammazzarla, mangia solo il pane a ufo. Montate, vi dico! La metterò al galoppo! Andrà di galoppo! Andrà di galoppo! – E piglia in mano la frusta, preparandosi con voluttà a picchiare la bestia.
– Ma montate dunque! – sghignazzano nella folla. – Sentite, andrà di galoppo.
– Son già dieci anni che non galoppa.
– Galopperà!
– Non risparmiatela, ragazzi, ognuno pigli la frusta, pronti!
– Cosi! Frustala!
Tutti salgono sulla telega di Mikolka tra risate e facezie. Sono salite sei persone e ce ne stanno ancora. Prendono con sé una contadina, grossa e rubiconda. Ha una veste rossa di cotone, una cuffia con perline di vetro, nei piedi gli zoccoli, schiaccia nocciole coi denti e ridacchia. Nella folla intorno si ride pure, e in verità, come non ridere? una cavallina cosi misera che porterà al galoppo un peso simile! Due giovanotti nella telega prendono subito una frusta ciascuno per aiutare Mikolka. Si sente un “via!” e la rozza, pur tirando con tutte le sue forze, non soltanto non va di galoppo, ma anche al passo ce la può fare appena appena, e non fa che agitare le zampe, gemere e rattrappirsi sotto i colpi delle tre fruste che le cadono addosso come una gragnuola. Le risate nella telega e nella folla raddoppiano, ma Mikolka si arrabbia e, nel suo furore, mena colpi sempre più fitti sulla cavallina, come se credesse davvero che può andar di galoppo.
– Lasciate venire anche me, ragazzi, – grida un contadinotto dalla folla, inuzzolito.
– Monta! Montate tutti! – grida Mikolka, – vi porterà tutti. La frusterò a morte –. E frusta, frusta, e non sa più con che cosa percuoterla, tanto s’è accanito.
– Babbo, babbo, – egli grida al padre, – babbo che cosa fanno? Babbo, picchiano il povero cavallino!
– Andiamo, andiamo! – dice il padre, – sono ubriachi, scherzano, quegli stupidi; andiamo, non guardare! – e vuol condurlo via, ma egli si strappa dalle sue braccia e, fuori di sé, corre verso il cavallino. Ma il povero cavallo è ormai in cattive condizioni. Ansa, si ferma, tira di nuovo, per poco non cade.
– Frustala a morte! – grida Mikolka, – ormai ci siamo. La finirò!
– Ma che non sei cristiano, eh? boia! – grida un vecchio dalla folla.
– S’è mai visto che un cavalluccio cosi tiri un peso simile? – soggiunge un altro.
– L’ammazzerai! – grida un terzo.
– Non toccare! È roba mia! Faccio quel che voglio! Montate ancora! Montate tutti! Voglio assolutamente che vada di galoppo!...
A un tratto echeggia una salva di risate e copre ogni voce: la cavallina non ha resistito ai colpi sempre più fitti e s’è messa a ricalcitrare, impotente. Perfino il vecchio non ha potuto reggere e sorride! E davvero: è una cavallina cosi misera, e spara ancora dei calci!
Due contadinotti della folla si procurano anch’essi una frusta e corrono verso il cavallino per picchiarlo sui fianchi. Uno corre da una parte e l’altro dall’altra.
– Frustala sul muso, sugli occhi, sugli occhi! – grida Mikolka.
– Una canzone, ragazzi! – grida qualcuno dal carro, e tutti sul carro attaccano in coro. Echeggia una canzone scapigliata, un tamburello tintinna, ai ritornelli si accompagna il fischio. La contadina schiaccia nocciole e ridacchia.
[...] Egli corre accanto al cavallino, corre avanti, vede come lo frustano sugli occhi, perfino sugli occhi! Piange. Il suo cuore si solleva, le lacrime gli colano giú. Uno dei percuotitori lo urta nel viso; egli non sente, si torce le mani, grida, si getta verso il vecchio canuto dalla barba brizzolata che crolla il capo e biasima tutto ciò. Una donna lo prende per un braccio e vuol condurlo via; ma egli si divincola e corre di nuovo verso il cavallino. Quello è già ai suoi ultimi sforzi, ma ancora una volta comincia a ricalcitrare.
– Ah, carogna, che ti possano!... – urla furioso Mikolka. Getta la frusta, si china e tira fuori dal fondo della telega una lunga e grossa stanga, la prende per un capo con le due mani e con sforzo la fa roteare sopra la bestia.
– Ora la fa scoppiare! – gridano intorno.
– L’ammazza!
– È roba mia! – grida Mikolka e con tutta la forza del braccio abbassa la stanga. Risuona un colpo sordo.
– Picchiala, picchiala! Perché vi siete fermati? – gridano delle voci dalla folla.
E Mikolka brandisce un’altra volta la stanga e un secondo colpo assestato con violenza piomba sul dorso della disgraziata rozza. Essa si accascia con tutta la groppa, ma sussulta e tira, tira con tutte le sue forze in varie direzioni per mettere in movimento il carro; ma da tutte le parti l’accolgono sei fruste e la stanga si solleva daccapo e scende per la terza volta, poi per la quarta, cadenzatamene, con violenza. Mikolka è furioso di non poterla uccidere d’un sol colpo.
– Ha la pelle dura! – gridano intorno.
– Ora cadrà di sicuro, ragazzi, è la sua fine! – grida dalla folla uno spettatore.
– Darle con la scure bisogna! Finirla in una volta sola! – grida un terzo.
– Che ti mangino le zanzare! Fate largo! – si mette a urlare come un forsennato Mikolka, poi getta la stanga, si china di nuovo nella telega e ne tira fuori una sbarra di ferro. – Attenzione! – grida e con quanta forza ha ne assesta un colpo al suo povero cavallino. Il colpo è piombato, la bestia ha barcollato, s’è accasciata, vuole ancora tirare, ma la spranga le ricade sul dorso con estrema violenza, ed essa stramazza a terra, come se le avessero tagliato tutt’e quattro le zampe d’un colpo.
– Finitela! – grida Mikolka e, come fuori di sé, salta giù dal carro. Alcuni contadinotti, rossi e ubriachi anche loro, afferrano quel che trovano, fruste, bastoni, la stanga, e corrono verso la cavallina boccheggiante. Mikolka si mette di fianco e comincia a batterla con la sbarra a casaccio sul dorso. La rozza allunga il muso, respira pesantemente e muore.
– L’ha finita! – gridano nella folla.
– È perché non è andata di galoppo!
– Roba mia! – urla Mikolka con la spranga nelle mani e con gli occhi iniettati di sangue. Egli sta lí, come se rimpiangesse di non aver più nessuno da battere.
(dexter)

DESIDERIO DA SETTIGNANO - La scoperta della grazia




Desiderio da Settignano (Settignano, circa 1430 – Firenze, 1464)

Desiderio da Settignano è stato scultore di notevole valore, assai rappresentativo della creatività artistica fiorentina del XV secolo. Scarne le notizie sulla sua vita e la sua formazione: si suppone che il suo apprendistato sia avvenuto nella bottega di Bernardo Rossellino e che, in virtù dell'iscrizione alla Corporazione dei maestri della pietra e del legno, intorno al 1453 abbia aperto una sua bottega. Assieme ad Antonio Rossellino e Mino da Fiesole appartiene alla seconda generazione di scultori fiorentini, quella che sviluppa e trasforma le scoperte dei primi artisti del Rinascimento: Lorenzo Ghiberti, Filippo Brunelleschi, Luca della Robbia e Donatello. La sua ascesa è folgorante, la sua carriera breve. La fama, grande e precoce, lo accompagna fino alla morte, avvenuta intorno al trentacinquesimo anno di età. La sua opera, ascrivibile alla corrente denominata "stil dolce", si distingue per morbidezza geometrica e forza espressiva, raggiungendo il suo acme nelle creazioni in marmo, caratterizzate da intensità emotiva e naturalismo nei dettagli, in una mirabile sintesi tra realismo ed astrazione. I bassorilievi testimoniano una straordinaria dote: al pari di Donatello, egli lavora il marmo in modo sottile e delicato, creando effetti paragonabili a quelli della pittura.


Pressochè ignorato e relegato tra i minori,questo grande scultore è stato finalmente oggetto l'anno scorso di una rassegna al Museo del Bargello.Thanks

STAMPA E FATTI - lettera al Riformista


egregio direttore,

leggo il Riformista da qualche anno e credo di comprendere la difficoltà di creare e continuare un giornale che,pur orientato,mantenga una visione pluralistica delle cose. Che le critiche e gli elogi espressi dai commenti dei lettori arrivino sia da destra che da sinistra,è il segno tangibile che il giornale tiene fede a questa visione liberale, oltre che di una intelligente politica editoriale che mira ovviamente ad ampliare il parco dei lettori in tutte le aree politiche.Il merito di questo "miracolo" del panorama giornalistico italiano (dove giornali-partito,che si autodefiniscono imparziali -sic!-sostituiscono giornali di partito),oltre all'idea fondante,è sicuramente dei vari articolisti e collaboratori che cercano di coniugare una loro specifica appartenenza e storia ideologica con una analisi dei "fatti" possibilmente non faziosa, senza peraltro rinunciare al proprio vissuto politico-intellettuale, ma nemmeno accettarlo acriticamente.E' un po' come camminare sul filo di un rasoio,in precario equilibrio, si corre sempre il rischio di tagliarsi.E' capitato,specialmente in questi ultimi tempi dove, per insistere maniacalmente ed univocamente ad oltranza su un certo tasto, si son persi di vista il giusto equilibrio ed i cosidetti "fatti concreti" per dedicarsi anema e core ad una "critica letteraria" di dubbio gusto,lontana da ogni reale avvenimento..Vada comunque per le pulsioni erotiche-letterarie,non è grave (più adatte però alle pagine cultura-spettacolo),ma accompagnare l'esegesi letteraria con lezioni giornalistiche sui "fatti" è perlomeno ingenuo e presuntuoso.Da Nietsche a Kraus,per citarne solo un paio,è noto che un fatto consiste praticamente nella sua interpretazione,non esclusi i fatti storici.Immaginiamoci per quelli di cronaca,per loro natura incerti ed evanescenti, spesso interpretati e anche deformati già dai titoli ,se non addirittura inventati in certi casi..Mi perdoni,ma che i giornali raccontino fedelmente i "fatti" a me pare una ingenuità,per quanti sforzi apprezzabili in tal senso possa fare il Riformista.Più che raccontare dei "fatti" (che non sono fiabe,come spesso si tende a trattarli e dipingerli) e della loro supposta e spesso precaria verità,accontentiamoci delle varie interpretazioni che si possono dare di tale infida realtà ,alla quale potremmo comunque avvicinarci con approssimazoni sempre più convincenti,e sopratutto da diverse direzioni.A mio parere,questo è il compito essenziale di un giornale rispettoso della pluralità e che non pretende di aver in tasca verità preconfezionate su ogni cosa e sopratutto accreditare come tali risibili feuillettons,Nessuno è perfetto e non c'è mai un piatto della bilancia vuoto e un altro pieno.L'importante è che il grano,come si dice, superi sempre il loglio,e tutto sommato questo è il caso del Riformista a cui auguro di incrementare la già prestigiosa squadra di collaboratori ed ovviamente le conseguenti fortune editoriali.

(corrado prestianni)

Questa lettera è una risposta al pezzo di un articolista che recensiva il romanzo erotico-politico di una "signorina",spacciandolo come riferimento a fatti reali,ovviamente mai accaduti.Da qui la polemica sul concetto di "fatto" giornalistico,indipendentemente da qualunque contenuto del libro.

In merito possiamo aggiungere anche l'opinione di Carmelo Bene: "la stampa informa i fatti,non dei fatti".
A dire il vero,queste "guerre"giornalistiche sul nulla ci interessano assai poco,il succo di tutto è espresso nell'articolo del blog sui tre compari.
(TEAM )

IL MIRACOLO DELL'ARTE GRECA - UNA IPOTESI











Una quindicina d'anni fa,si tenne a Washington e poi al Metropolitan Museum di New York una mostra dedicata all'arte greca , "The Greek Miracle: Classical Sculture from the dawn of Democracy", (che suscitò anche polemiche),in cui si sosteneva che la democrazia ha creato l'arte greca.Nella presentazione del catalogo si sosteneva inoltre che se la democrazia e' nata in Grecia, la sua sopravvivenza e' affidata agli Stati Uniti d' America.A prescindere dalle risate che tali bufale suscitano e la bestemmia di mischiare degli splendidi marmi alla politica con considerazioni ridicole,c'è da ricordare che nella democratica Atene e' sempre esistita la schiavitu' , considerata da Aristotele "naturale", cosi' come esisteva l' inferiorita' di meta' delle persone nate libere, cioe' le donne. Oggi, non v' e' antichista che non sappia tutto questo.Lo stile classico si e' affermato nello stesso periodo anche in citta' non democratiche, come ad esempio Olimpia, governata da un tiranno.Idea per idea,del miracolo greco io ne avrei un'altra,molto più piccola,meno pretenziosa e probabilmente poco scientifica,ma mi piace vederla così.Intanto vedetevi queste immagini.
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Come si vede e come è noto,queste sculture tendono a rappresentare non un uomo particolare,ma "il Tipo" uomo universale,l'idea eterna dell'uomo,l'idea platonica posta nell'iperuranio.Fatto sta che questo tipo d'uomo ideale è stato tecnicamente realizzato in modo estremamente realistico,curando i minimi particolari dei capelli,della barba,delle unghie....(chi ha avuto la fortuna di vederli se ne è reso certamente conto),quasi fosse un uomo reale ed in contrasto con una forma eterna non gravata di particolarismi.Insomma sembrano fondersi in un unicum l'accidente aristotelico e la forma ideale platonica,l'idea soprasensibile,immutabile ed il divenire reale,esistente. Questa possibile unione è per me il miracolo;un tipo ideale con tutti i particolari dell'uomo reale,ma che non è nè uno nè l'altro.Quasi una cosa nuova.Da qui,credo,l'atmosfera quasi magica che promana da queste (e ancora, chi le ha viste può meglio capire di che sto parlando) ed altre statue del periodo 460-420 a.c.E' un miracolo,per così dire a posteriori,stante che Platone, (Atene, 427 a.C. – Atene, 347 a.C.) e Aristotele, (Stagira, 384 a.C. – Calcide, 322 a.C.),sono posteriori a queste,ma è come un gioco di rimandi : l'unione di queste due filosofie rimandano e si incarnano quasi nei bronzi ed i bronzi rimandano e si fondono nelle due filosofie.Ipotesi folle?
(C.P.)

mercoledì 29 luglio 2009

LUGLIO 1936 - LUGLIO 2009

Nel luglio 1936,ebbe luogo a Barcellona un esperimento sociale unico nella storia,grazie agli anarchici di varie nazionalità,alla FAI,CNT e ad un grande personaggio come Buenaventura Durruti.A lui in particolare,ma anche a tutti coloro che vissero queste grandi giornate ancora vive nella nostra memoria dopo 73 anni,è dedicato questo video-omaggio.
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RIFATEVI GLI OCCHI

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IL VERO CAPOLAVORO E' GIAN LORENZO BERNINI.NON BISOGNA PRODURRE CAPOLAVORI,BISOGNA ESSERE CAPOLAVORI(Nietsche),USCIR FUORI DAL MODO PER PERVENIRE LA' DOVE NON C'E' PIU' MODO (Juan de la Cruz).ATTRAVERSO LA SCULTURA NON ESSER PIU' SCULTORE.L'ARTE E' TALMENTE GRANDE CHE NON C'E' PIU'.

LA GUERRA DEI TRE COMPARI






Non è a tutti chiaro,ma è sempre più evidente che da alcuni mesi è in atto una guerra di potere di carattere economico finanziario tra i nostri tre pirati,campioni della libertà:Il Papi,il cosidetto squalo e libertador Murdoch ed il contribuente svizzero De Benedetti.Guerra in cui la politica,la democrazia,la libertà ed il popolo c'entrano come il due di coppe.Oddio,la politica con la p minore,la politica vista solo come strumento di mero potere ha un suo ruolo visto che uno dei tre compari è anche presidente del consiglio.Di quest'ultimo ormai sappiamo tutto,o quasi,del suo impero economico-mediatico-finanziario-editoriale e politico.Così pure del campione democratico Murdoch,padrone di giornali e tvs in mezzo mondo.Del bancarottiere svizzero sappiamo che è padrone del gruppo Espresso-Repubblica,di cui nomina i direttori,che ha praticamente affossato l'Olivetti,che ha mollato una sola allo stato con pc avariati,che è stato messo alla porta dagli Agnelli,che ha fallito la campagna di Francia-Belgio e che ha messo sul lastrico molti suoi azionisti con dubbie operazioni finanziarie.
La prima cosa che emerge da questo sintetico quadro è che bisogna smettere di parlare di libertà di stampa.I giornali sono ormai quasi tutti armi improprie rivolte,più che ad informare, a distorcere i fatti secondo la convenienza dei loro padroni con accanite e continue campagne contro l'avversario di turno.Senza entrare nel merito del vero-falso dei fatti (che in questo contesto non ha comunque nessuna importanza),è evidente che la campagna dei giornali inglesi contro uno dei compari non ha nessun scopo prettamente politico (agli inglesi,della politica italiana non ha mai importato nulla) ma esclusivamente economico-mediatico,visto che un altro compare è il loro padrone e concorrente televisivo del Papi.Altri motivi probabilmente andranno chiarendosi nei prossimi mesi.Il compare svizzero,che è il più debole dei tre,e che non se la passa troppo bene per una serie di operazioni non ben riuscite,cerca di infilarsi a tavola,nel caso il Berlusca dovesse mollare e perdere il notevole supporto del potere politico ai suoi affari.Nella contingenza specifica,gli interessi di due compari convergono contro gli interessi del terzo,e visto che con la politica degli amici(data la loro pochezza ,leggi Pd) non riescono a spuntarla,si mettono a farla direttamente usando i loro giornali ed altro.
Seconda considerazione è che,di questi tempi,la politica è come non mai subordinata all'economia che approfitta della sua debolezza e della mancanza di strategie per dettare le regole del gioco ai camerieri politici.
Vediamola,la politica.La maggioranza,che apparentemente sembra solida,è in preda a continue polemiche e problemi di assetto della coalizione,e il premier è costantemente sotto l'attacco dei giornali,della chiesa (potrebbe diventare il quarto compare) e di torme di moralisti assatanati di voyerismo.A dire il vero per delle minchiate sessuali da bullo di quartiere,ma che comunque in qualche modo incidono sulla sua immagine pubblica.
L'opposizione è praticamente inesistente e in gran parte sofferente di una profonda crisi di identità e di credibilità.Si trastullano con la Serracchiani,Marino,Englaro.Un trio che,politicamente parlando,sta alla pari con qui,quo,qua. L'attuale segretario vive alla giornata con uscite più grottesche che comiche e la vecchia guardia è ormai impresentabile agli iscritti e simpatizzanti.Resiste D'Alema,come sempre,mandando avanti Bersani,sempre più somigliante al Ferrini di "quelli della notte".Ah,c'è pure l'analfabeta di Montenero che strilla come un'aquila e cerca di imitare il Papi per spolpare un Pd ormai ridotto all'osso,ma anch'esso credibile come wanna marchi.
Sembrano però tutti fatti di retroguardia,ben confezionati per il parco buoi,mentre la vera battaglia sta altrove.
Loro sono solo le truppe cammellate e nessuno è in grado di prendere il comando dell'esercito in mano ai tre compari.Tale è ora la politica italiana .
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Comunque a noi, che consideriamo l'anarchia prima di tutto un stato mentale e spirituale dell'individuo da cui partire per operare nella società, e che riteniamo che la vera politica non possa essere asservita all'economia,quale che sia il vincitore di questa guerra ,poco importa.

THE TEAM

martedì 28 luglio 2009

CROCI,CIMITERI E DEMOCRETINERIA RELIGIOSA



1.La giunta comunale di ARCENE, una città del bergamasco, ha deciso di togliere ogni croce dal cimitero cristiano locale. Le motivazioni? Tali simboli potrebbero turbare i “defunti non cristiani”. E il problema delle lamentele sui crocifissi nelle aule pubbliche torna a far parlare di sè.---------------------------------------------------------------------------


2.mercoledì 3 giugno 2009

LUGO DI ROMAGNA, INSOPPORTABILE DELIBERA SCALZARE LE CROCI DAI CIMITERO
La decisione diel sindaco Cortesi - in corsa per la rielezione a sindaco - è «assurda».
Il progetto, spiega il vicesindaco cattolico Fausto Cavina, andrebbe valutato in termini di «omogenizzazione tipologica», «arredo» uniforme e «funzione». Giusto quella: «La funzione del verde dovrà nel tempo prevalere sull’edificato». Insomma, la croce è stata bandita a causa di una profonda sensibilità ambientalista. Vuoi mettere la spiritualità dell’arbusto?
Il vicesindaco parla di «semplici indicazioni finalizzate a omogeneizzare gli elementi cercando di limitare, per quanto possibile, l’effetto di disomogeneità». Peccato ci sia la delibera di giunta a smentirlo.

(al di là del linguaggio tartufesco del vicesindaco, tipico dei cattolici rincoglioniti,occorre dire che l'ordinanza è stata ritirata,come confermatomi dal sindaco via email)
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3.Prete vieta segno della croce: offende gli islamici

Ormai don Prospero Bonzani, che guida la parrocchia di Nostra Signora della Provvidenza nel popoloso quartiere genovese del Lagaccio -Genova, è una sorta di ultrà del riconoscimento dei diritti dell’Islam all’ombra della Croce. Il primo passo fu la moschea nel presepe, accompagnato da prediche per ribadire quella scelta.

Fino a sabato sera quando - nel corso di una «preghiera interconfessionale fra cattolici e musulmani» (i fedeli ebrei hanno rifiutato l’invito), nei giardini pubblici del Lagaccio intitolati a un altro prete di frontiera, don Acciai - don Prospero ha invitato un gruppo di fedeli a non farsi il segno della croce: «Non fatelo!, ci ha detto il don al momento della benedizione» è il racconto di Carmen, la parrucchiera del quartiere che sabato ha partecipato all’incontro con la figlia e un’amica, «perché offende gli stranieri qui presenti che non sono di fede cristiana!».


Per dire, sempre domenica, sempre a Genova, il noto don Farinella, quello che scrisse su Micromega una lettera aperta alla Madonna affinché vincesse Veltroni, ha dedicato la predica della sua chiesa di San Torpete, nel centro storico, a scomunicare Curia e fedeli che giustificano o votano «il presidente pedofilo» (ma non erano i preti,i pedofili ?)

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Caro Gustave Flaubert,

ti divertiresti come un matto se fossi ancora vivo,probabilmente con questi pretocchi potresti terminare Bouvard e Pecuchet.La tua democrasserie è diventata democretinerie

PAPI-PD-Blogs


Stefano Folli sul Sole di venerdì:
"(...) Anche per queste ragioni il terzo uomo, Ignazio Marino, destinato a un ruolo minore, risulta essere il più trasparente dei tre e soprattutto il più concreto. Colui che, bene o male, dispone di un progetto di società. Viceversa, né Franceschini né Bersani sono riusciti fino a oggi a delineare quale Italia vogliono, qual è la loro alternativa di governo."

Ci spieghi Folli il progetto di società di Marino,se non vuol passar per folle.



Manlio 27 lug 2009 09:17


Marino può solo fare un autopsia al PD

annarita 26 lug 2009 19:29

Perche non avete pensato a Dario Fo? Eppure Franca Rame fu proposta come Capo dello Stato! Lo rammentate


marco monachesi 26 lug 2009 19:15

Quando uno sfratto e`esecutivo, il giudice oltre a disporre l`intervento della forza pubblica, provvede anche all`invio sul posto, di un ambulanza. Ne tenga conto il congresso, non creda sia cosa facile rimuovere gli anziani, normalmente convinti d`essere la` per usucapione


Guido 26 lug 2009 14:36

Marino inciampa nella questione morale, De Magistris si rimangia l'impegno di dimettersi dalla magistratura, Di Pietro si arricchiasce con i contributi elettorali, Franceschini si scorda della promessa e vuol continuare a fare il segetario, Veltroni non va più in Africa. Ma è questa la sinistra? Vai Silvio, vai di Viagra.


mario migneco 23 lug 2009 14:53

possiamo dire che abbiamo un 72enne presidente del consiglio in ottima forma in grado di intrattenere - e soddisfare - una pluralità di donne, per altro tutte professioniste del sesso. Possiamo stare tranquilli, Berlusconi gode di ottima salute e sarà in grado di affrontare da leader altre campagne elettorali. E tante altre puttane


igor1 23 lug 2009 13:41

Non capisco come mai la escort barese, visto il dolore che gli ha provocato Berluscni quando l'ha infilata, non ha chiamato il Telefono Azzurro.

da torino 23 lug 2009 12:16

Non sono un santo è stato detto in tono ironico. Per quanto riguarda il dolore che accusava la escort D'Adario i casi sono tre: a) secchezza vaginale; b) verginità(?); c) un pene di proporzioni gigantesche. fate voi


23 lug 2009 11:12

Proibire a Berlusconi di andare da padre Pio? Se anche costui veniva considerato un puttaniere da una indagine fatta effetuare dal Vaticano ai tempi di Giovanni XXIII, a questo punto capisco "il santo" invocato da Berlusconi


FRANCESCHINATE: .. "ci sono tutti gli ingredienti per una fine traumatica anticipata". Indovinate quando l'ha detta

"non si costruisce l'identità di un partito sui temi etici."Giusto.Dicci

quali sono i tuoi.


Il papi è un grande,di fronte a questi ometti.Meglio puttaniere che coglione.Speriamo in altre scopate ,ma ora vogliamo i video.Nudi,nudi,nudi! Se è vero che ha spacchettato la d'addario,lo voto

sandrelli 22 lug 2009 19:10

Di Rutelli, non scrivete niente?

Mario Rossi 09 lug 2009 11:54

la + bella l'ha detta Claudio Velardi : Bersani è sempre + simile al Ferrini di "Quelli della notte".

La somma delle aree dei due quadrati costruiti sui cateteri è equivalente all'area del quadrato costruito su un'ipotesi ottusa. Quindi il dottor Marino può farcela. A sfasciare quel che c'è rimasto

da sfasciare


Giuseppe Di Ruoco 02 lug 2009 15:06

"mediaset è patrimonio del paese" Massimo D'Alema, il primo complice della deriva autoritaria che ci ha reso lo zimbello del mondo


Midode 08 lug 2009 22:10

Marino mi sembra il candidato giusto visto la sua "esperienza" in eutanasia!!!!!


SE PO' FA' 08 lug 2009 08:55

Io vedrei bene: Bassolino Premier, Bindi alla famiglia, Livia Turco all'economia, la Pollastrini agli interni, Fassino allo sport, Pecoraro Scanio ai rapporti con il Vaticano, Caruso alla sanità e Ottaviano del Turco alla Giustizia.

corrado 08 lug 2009 04:54

Ma per favore,può essere questo Marino in grado di guidare un partito? Cos'è uno scherzo o un altro effetto dello stato mentale alterato del Pd? Il terzo uomo? Citerei tutti per danni arracati al film omonimo,questa è una piece alla ubu roi.E il bello è che credon questa roba una cosa seria!Certo,non diventerà mai segretario,ma il fatto stesso d'averlo messo in corsa è semplicemente ridicolo

lunedì 27 luglio 2009

TARAS SHEVCHENKO - poeta ucraino




Per la cultura ucraina Taras Schevcenko è come Manzoni per l'Italia e Pushkin per la Russia.




Il 25 febbraio del 1814, in un villaggio non lontano da Kiev, Gregorio Shevchenko, servo della gleba, ebbe il sio 3° figlio e lo chiamò Taras. Un figlio di servi era, naturalmente, servo a servo a sua volta. Taras fu mandato a scuola, e rapidamente imparò a leggere e scrivere, ma ben presto la miseria sempre più grave, lo costrinse al lavoro di pastore. La mattina usciva prima dell'alba, si recava nella steppa e trascorreva le sue giornate in solitudine. Trascorsa l'infanzia, Taras divenne servo di un gentiluomo che lo portò con sè a San Pietroburgo. In questa città la sua vita ebbe una svolta: conobbe un bravo pittore, Sòcenko, il quale fece in modo che Taras ottenesse la cosa per lui più importante: la libertà. Divenuto libero, pubblicò la prima raccolta dei suoi versi. Il successo fu grandissimo. Egli fu il primo poeta ad affrontare il problema ucraino, fu il primo ad occuparsi della vita dei contadini. Ma con troppa audacia il poeta s'era lanciato nell'impresa di rivendicare la libertà della sua patria, e così nel 1847 la polizia dello Zar arrestò Taras Shevchenko.


Fu rinchiuso nella prigione di San Pietroburgo, successivamente una sentenza dello zar Nicola lo condannò in esilio. Solo nel 1857 Shevchenko fu liberato, ma non gli fu permesso di tornare a San Pietroburgo. Nel maggio del 1859 ottenne il permesso di entrare in Ucraina, dove decise di acquistare un pezzo di terra non lontano dal pesino dove era cresciuto. Ma nel luglio di quello stesso anno fu arrestato per la seconda volta, ma nel giro di poco tempo fu rilasciato ed gli fu concesso di tornare a San Pietroburgo.Shevchenko trascorse gli ultimi anni della sua vita lavorando su nuovi libri di poesia, nuovi dipinti e riesaminando alcuni suoi vecchi scritti, che pubblicò in breve. Morì a San Pietroburgo il 10 maggio del 1861; fu prima seppellito a San Pietroburgo e poi trasportato in Ucraina secondo quanto aveva scritto nel suo poema-testamento (Zapovit). Qui venne seppellito sulle rive del fiume Dnepr vicino la città di Kaniv. Dove sorgeva un tempo la sua lapide, oggi si può ammirare il Museo di Kaniv.Shevchenko, poeta che ebbe un grande impatto sulla letteratura ucraina, morì qualche giorno prima che fosse proclamata la liberazione di tutti gli schiavi, sotto il regno dello zar Alessandro II.


dal ciclo “Nella casematta”, composto negli anni della prigionia




Ricordate, fratelli miei… –

Affinché quella sventura non ritorni –

Come voi e io guardavamo

Per bene da dietro le sbarre.

E, certo, pensavamo: “Quando
Per un consiglio quieto, una chiacchiera,

Quando ci incontreremo di nuovo

Su questa terra devastata?

”Mai, fratelli, mai berremo

Insieme l’acqua del Dniepr!

Ci separeremo, disperderemo nelle steppe,

Nelle selve la nostra sventura,

Crederemo ancora un po’ alla libertà,

Poi cominceremo a vivere

Tra la gente, come la gente.

E finché sarà così,

Amatevi, fratelli miei,

Amate l’Ucraina,

E pregate il Signore

Per lei, povera di talento,

Dimenticate, amici,

E non maledite.

Talora ricordatevi di me

Nella crudele schiavitù.


[1847, Fortezza di Orsk)

(traduzione - Anna Panassukova)

UN ANARCHICO DIMENTICATO - NESTOR MACHNO


Nestor Machno nasce a Huljaj Pole nel distretto di Aleksandrovsk in Ucraina, il 27 ottobre 1889. Discendente da una famiglia di umili contadini lavora a sette anni come pastore, ad otto frequenta la scuola che lascia a dodici per mettersi al servizio dei kulaki tedeschi. Alto 1 metro e 65 centimetri è caratterizzato da una certa zoppia causata da colpi di sciabola e pallottole, una delle quali gli aveva rovinato la caviglia.
Nel 1905 aderisce alla causa rivoluzionaria ed entra nelle file degli anarchici, l’anno successivo si unisce al gruppo Huljaj Pole che fa proseliti soprattutto fra i contadini e i giovani.
Nel 1908 viene condannato a morte dalle autorità zariste ma, a causa della giovane età, la pena muta in ergastolo. In carcere stringe una solida amicizia con l’anarchico Pëtr Aršinov che lo aiuterà ad approfondire la sua cultura e ad elaborare le convinzioni anarchiche.
Nel 1917 Machno fu rilasciato in seguito alla Rivoluzione di Febbraio e, poco dopo, ritornò a Huljaj Pole. Il lavoro di Machno e del suo vecchio gruppo anarchico fu improntato al collegamento con le masse contadine che si organizzarono in Unioni Contadine prima e in Soviet dopo, e rifiutarono di pagare le rendite ai latifondisti. Allo stesso modo, Machno si unì alle lotte operaie organizzando scioperi e iniziative.
La rivoluzione nella zona d'influenza di Machno e del suo gruppo diventato ormai numeroso procedeva velocemente e ciò contribuì a fare di Huljaj Pole un centro d'attrazione per tutto il Paese. Furono realizzate collettivizzazioni della terra e furono organizzate Comuni agricole in tutte le province circostanti. Il tentativo di resistenza delle autorità centrali contro quanto stava accadendo in periferia convinse il locale soviet a creare un Comitato di salvezza della Rivoluzione presieduto dallo stesso Machno, che iniziò a disarmare tutti i potenziali oppositori proseguendo la politica di collettivizzazione delle attività produttive.
Dopo il trattato di Brest-Litovsk firmato da Lenin che cedeva anche l'Ucraina, truppe austro-germaniche invasero il Paese e lo conquistarono in tre mesi. Gli anarchici si organizzarono in un esercito di liberazione votato alla guerriglia, mentre Machno e una delegazione visitarono la Russia bolscevica al fine di tentare di riaprire i collegamenti e ricevere aiuto dai compagni anarchici. La delusione fu cocente: la polizia politica comunista aveva duramente colpito il movimento anarchico e la burocratizzazione era già un visibile segnale dell'autoritarismo del nuovo regime. Machno ebbe inoltre un casuale incontro con Lenin nel quale la differente visione della società tra anarchici e bolscevichi apparve con tutta la sua evidenza.Macnho ritornò poi in Ucraina in modo rocambolesco e rischiando di essere ucciso e, infine, fu arrestato dagli austro-tedeschi in possesso di materiale propagandistico. Fu liberato grazie al pagamento di una cauzione d'importo rilevante raccolta dai suoi compagni. Dal 1918 al 1921, Machno fu il leader del movimento di resistenza ucraino contro tutti gli oppressori austro-tedeschi, bianchi e bolscevichi. Il movimento crebbe enormemente e conseguì numerose e importanti vittorie, ma fu infine sconfitto dall'Armata Rossa.
Fu esiliato a Parigi, dove continuò l'attività politica in condizioni di vita molto umilianti, dove entrò a far parte del gruppo anarchico Delo Truda (Дело Труда, La Causa del Lavoro), e rimase anarchico fino alla morte per tubercolosi, avvenuta nel 1934. Le sue ceneri riposano nel cimitero di Père Lachaise.

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LETTERE DA MARTE




Passi per l'analfabeta di Montenero,totonno o' laureato,noto esperto anglofono ed imitatore del papi in sedicesimo,ma ora anche la mummia Ezio Mauro scrive all'Independent una lettera ridicola,lamentandosi che il cosidetto popolo non lo ascolti,nonostante il suo giornale La Repubblica si sia dato tanto da fare con le zoccole di vario tipo.A prescindere dal contenuto,che poi esamineremo,è ormai chiaro che si tratta di una guerra di cosche padronali e dei loro manutengoli con i loro giornali e tvs,dove in ballo non c'è nessuna democrazia e nessun popolo,ma solo un grosso malloppo su cui mettere le mani.Il papi,il libertadores Murdoch ed il contribuente svizzero De Benedetti.Quanto al metodo di scrivere ai giornali esteri,questo è veramente il lato più grottesco e pulcinellesco (pur anche per i sopradetti motivi) dello spirito da commedia italiota.Vi immaginate un giornalista direttore di giornale inglese,francese o congolese che si mette ad inviare tali missive all'estero?Non circolerebbe più per strada.Quale opinione avranno i colleghi esteri dell'ineffabile mummia Ezio,una volta derubricati i loro interessi concreti?Lo scopo poi,quale sarebbe? Invitare Carlo VIII ad invadere l'Italia?Perchè non scrive all'ONU (vedrete che qualche mentecatto lo farà) per l'invio dei caschi blu?Insomma.e per tagliar corto con questi ipocriti quaquaraqua di camerieri,quelli che godono sono gli altri che ancora una volta confermano i loro giudizi e pregiudizi sul popolo dei mangiaspaghetti,mandolinari,zoccolari e pennivendoli. (che magari dava loro anche qualche fastidio).
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L'ARTICOLO DI MAURO

“Una breccia si è aperta improvvisamente tra Berlusconi ed i suoi elettori, tra l’immagine mitologica del primo ministro e la realtà. Non è altro che una breccia, ecco perché il consenso è forte. Si tratta però di una breccia importante, che si sta allargando.”
Prova ne sono il calo di consensi alle Europee e gli attacchi della Chiesa. Per la prima volta, B. è sulla difensiva e, sulla scorta delle pressioni dei media internazionali, è costretto a parlare dei suoi problemi ogni volta che compare in pubblico.
Ma perché la breccia non si è trasformata in una voragine?
Prima di tutto, gli Italiani non sono informati come, per esempio, gli Inglesi. La televisione non ha fatto niente, nonostante gli argomenti coinvolti: sesso, denaro e potere. Si sa che Berlusconi, oltre a essere capo del governo, possiede l’intero universo della TV italiana:
“E’ un monopolio senza precedenti che ha portato all’eliminazione di una moderna agora, ovvero di uno spazio pubblico di informazione e dibattito che fa sviluppare in Occidente il delicato mercato libero del consenso”.
Un esempio di informazione distorta è quello dato dai principali TG italiani. Sia TG1 che TG5 hanno riportato, a voce grossa, la frase di Berlusconi “Non sono un santo”. Tuttavia, si sono dimenticati di parlare dei nastri della D’Addario e dei motivi che hanno costretto Berlusconi a tale giustificazione.
Quello che è successo in Italia, risale a 15 anni fa. La Sinistra perse la sua egemonia culturale, che passò alla Destra, padrona ora di una mentalità diversa.
“Il paese non ha più un’opinione pubblica, che sia capace di reagire autonomamente o di emettere dei giudizi spontanei. Al contrario, gli Italiani sono immersi in una che è qualcosa di diverso. Berlusconi è il grande architetto di questa ”.
La nuova egemonia culturale sminuisce tutto come gossip, evocando il rispetto alla privacy. Ma non c’è niente di privato, per esempio, nelle accuse di Veronica Lario, che parla di giovani donne che concedono favori per essere candidate alle Europee. Questo è un problema politico. Per mettere a tacere tutto, Berlusconi usa la tattica della tensione:
“pronta a trasformare ogni critica in campagna politica, manovra, strategia sovversiva. Un potere che è insicuro e abusivo contemporaneamente, poiché manca della legittimità nonostante il consenso, un potere che è pronto a distruggere il tempio pur di salvare le rovine.”
“Se, come ha affermato Berlusconi la settimana scorsa, siamo assistendo ad un atto di sovversione verso il cuore della democrazia europea, cosa ha fatto il primo ministro per ostacolare tale sovversione? Quali reti di persuasione, minacce o ricatti sono emerse su chi sa, chi ha visto o chi ha partecipato? Come usa i servizi segreti e le forze di sicurezza nei confronti dei testimoni che raccontano dei suoi problemi, dei giornali che pubblicano le loro indagini, dei magistrati che perseguono i crimini?”
La strategia della tensione ha evitato che la breccia diventasse una voragine.
“Eppure, la sorridente superficialità di un potere che si considera invulnerabile, è stata intaccata. E tutto ciò mentre Berlusconi continua con le sue menzogne, preso da una serie di domande a cui non sa come rispondere, perché non può.”
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Egemonia culturale mutata,strategia della tensione,italiani non informati,mercato libero del consenso,il paese non ha opinione pubblica,servizi segreti al soldo del papi (non si direbbe visti i fatti),le solite domande se ha scopato o no........

Caro Mauro ,ma non ti è mai venuto il dubbio che molti italiani non credano alle tue minchiate o comunque non si fidano di voi,visti i precedenti? .Sembra un romanzo fantasy per parrucchiere,pur anche considerando i veri scopi che si prefigge.
TEAM

IL LINGUAGGIO CINEMATOGRAFICO DI DANTE



Quando si parte il giuoco della zara,

Colui che perde si riman dolente,

Repetendo le volte, e tristo impara;


Con l’altro se ne va tutta la gente;

Qual va dinnanzi, e qual di dietro il prende,

E qual da lato li si reca a mente.


Ei non s’arresta, e questo e quello intende;

A cui porge la man, più non fa pressa;

E così dalla calca si difende



[Pur, VI, 1-12]

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Macchina da presa in azione.Siamo in un vicolo di Firenze o all'angolo di Mulberry street e un gruppo di teppistelli accucciati in circolo stanno giocando a dadi.Improvvisamente,dopo un colpo fortunato,Lapo (o Jimmy) si alza col mallopo in mano e Duccio (o Jack) resta accucciato e quasi incredulo ributta i dadi sconsolato,quasi cercando di fare un inutile punto vincente, mormorando fra i denti "Ma come cazzo ho fatto a perdere!"

Intanto tutti gli altri si sono alzati e attorniano Lapo-Jimmy che se ne sta andando,lo strattonano davanti,dietro e di lato gridando "Dai,dammi qualcosa hai vinto molto,che culo,dai è poca cosa e poi,ti ricordi,ieri ti ho presentato Mary,io invece t'ho raccomandato a ser Forese,il beccaio..........."

Lapo-Jimmy continua a camminare,ma è generoso e forse anche scocciato,ascolta sorridendo un po' tutti e molla qualche dime o picciolo a quella selva di mani tese e se ne va contento da Mary o a giocare a palla a Santa Croce.

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Queste terzine sono tutta azione,scene in movimento,di una sintesi e chiarezza prodigiosa.Impossibile esprimerle meglio con le parole.E qui si vede il genio e la modernità linguistica di Dante.Purtroppo la nostra lingua si è estenuata in secoli di languido petrarchismo fino a penalizzare un grande poeta come Leopardi,costretto a scrivere mirabili pensieri e versi in una lingua inadeguata,arcaica,quasi "burattinesca".

Tornando alle nostre terzine,solo la macchina da presa potrebbe catturarne meglio la dinamicità e tutte le sfumature mirabilmente espresse dal linguaggio dantesco.
(corrado prestianni)

DAL MONOLOGO DI MOLLY BLOOM


Lui quel giorno che eravamo stesi tra i rododendri sul promontorio di Howth con quel suo vestito di tweed grigio e la paglietta il giorno che feci fare la dichiarazione sim prima gli passai in bocca quel pezzetto di biscotto all'anice e era un anno bisestile come ora si 16 anni fa Dio mio dopo quel bacio così lungo non avevo più fiato si disse che ero un fior di montagna si siamo tutti fiori allora un corpo di donna si è stata una delle poche cose giuste che ha detto in vita sua e il sole splende per te oggi si perciò mi piacque si perché vidi che capiva o almeno sentiva cos'è una donna e io sapevo che me lo sarei rigirato come volevo e gli detti quanto più piacere potevo per portarlo a quel punto finchè non mi chiese di dir di si e io dapprincipio non volevo rispondere guardavo solo in giro il cielo e il mare e pensavo a tante cose che lui non sapeva di Mulvey e mr Stanthope e Hester e papà e il vecchio capitano Groves e i marinai che giocavano al piattello e alla cavallina come dicevan loro sul molo e la sentinella davanti alla casa del governatore con quella cosa attorno all'elmetto bianco povero diavolo mezzo arrostito e le ragazze spagnole che ridevano nei loro scialli e quei pettini alti e le aste la mattina i Greci e gli Ebrei e gli Arabi e il diavolo chi sa altro da tutte le parti d'europa e Duke street e il mercato del pollame un gran pigolio davanti a Larby Sharon e i poveri ciuchini che inciampavano mezzi addormentati e gli uomini avvolti nei loro mantelli addormentati all'ombra sugli scalini e le grandi ruote dei carri dei tori e il vecchio castello e vecchio di mill'anni si e quei bei mori tutti in bianco e turbanti come re che chiedevano di metterti a sedere in quei buchi di botteghe e Ronda con le vecchie finestre delle posadas fulgidi occh celava l'inferriata perché il suo amante baciasse le sbarre e le gargotte mezzo aperte la notte che perdemmo il battello ad Algesiras il sereno che faceva il suo giro con la lampada e Oh quel pauroso torrente laggiù in fondo  Oh e il mare  il mare qualche volta cremisi come il fuoco  e gli splendidi tramonti  e i fichi nei giardini dell'Alameda sì e tutte quelle stradine curiose  e le case rosa e azzurre e gialle  e i roseti e i gelsomini e i geranii e i cactus  e Gibilterra da ragazza dov'ero un Fior di montagna  sì quando mi misi la rosa nei capelli /come facevano le ragazze andaluse  o ne porterò una rossa  sì e come mi baciò sotto il muro moresco /e io pensavo be' lui ne vale un altro  e poi gli chiesi con gli occhi di chiedere ancora  sì allora mi chiese se io volevo  sì dire di sì mio fior di montagna  e per prima cosa gli misi le braccia intorno  sì e me lo tirai addosso  in modo che mi potesse sentire il petto tutto profumato  sì e il suo cuore batteva come impazzito  e sì dissi sì voglio  sì.
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Più avanti di così la scrittura non può andare,e come diceva Carmelo Bene,dopo Joyce è inutile scrivere libri.
 http://www.youtube.com/watch?v=831235Pe3PE&feature=related

domenica 26 luglio 2009

ARMENIA INFELIX


Voci dalla Turchia nel giorno in cui (non) si ricorda il genocidio


24 aprile 1915. La data dell'inizio del “Grande male” del '900. Dopo 94 anni si parla di una storica «normalizzazione» dei rapporti tra Ankara e l'Armenia, anche se gli armeni che sono restati sentono ancora di avere «le ali spezzate».

The Ottoman era Dolmabahce Palace is decorated with a huge Turkish flag as part of the National Sovereignty and Children's Day celebrations in Istanbul, April 23, 2009. The National Sovereignty and Children's day marks the 89th anniversary of the opening of the Turkey's National Assembly. REUTERS/Murad Sezer (TURKEY ANNIVERSARY POLITICS)
Silenzio. Dolore. Sangue. La ferita non è ancora rimarginata. 24 aprile 1915. Una data fatale per 1 milione e mezzo di armeni che da lì a un anno perderanno la vita. Il primo genocidio del Secolo breve, il “Grande Male” che cancellò dalla faccia del mondo il 75% dell'etnia armena e costrinse il resto alla diaspora. In quella data, 94 anni fa, circa 600 intellettuali, artisti e commercianti furono torturati e poi decapitati dai militari della “Gioventù Turca”. Le loro famiglie, le loro donne, i loro bambini e i loro anziani furono raggruppati e deportati nel deserto. Molti morirono per strada, di fame e stenti. Un orrore di proporzioni mostruose, perpetrato dagli ottomani, riconosciuto dalla storia ma non ancora dall'attuale Stato turco. Ieri le commemorazioni in tutto il mondo e la speranza che si è riaccesa in seguito alle dichiarazioni dei premier di Turchia e Armenia sulla volontà di «normalizzare» le loro relazioni, sotto lo sguardo vigile della Svizzera, eminenza grigia seduta al difficile tavolo dei negoziati. Ma la questione non è solo un fatto “diplomatico”, bensì scende in profondità, nelle viscere della cultura di quegli armeni che non sono andati via, ma sono restati e oggi sono turchi in Turchia. Preferiscono stare poco al telefono. Alla Fondazione Hrant Dink, in memoria del giornalista armeno direttore della rivista Agos, freddato mentre usciva dalla sua redazione in pieno centro a Istanbul il 19 gennaio del 2007, rispondono dopo due squilli. Nonostante ieri fosse un giorno di festa ad Ankara. Esprimono la loro speranza per il buon andamento dei negoziati. E ricordano, però, che l'Armenia è uno stato a parte e che loro sono turchi, non solo armeni. Non è una distinzione da poco, ma è la realtà di coloro che sono restati. Alla domanda su come vanno le cose oggi, la risposta è immediata: «Va tutto bene qui» ci dicono. Onde poi chiedere quando saremo a Istanbul per incontrarci di persona. Più loquaci gli armeni in Italia. Mais Aivayzian, un sessantenne che vive a Roma da quaranta anni e che qui ha cresciuto i suoi figli: «Ai miei figli non ho insegnato a odiare i turchi - ci dice - ma ho insegnato che il fanatismo e la follia portano le persone a compiere atti atroci, come quelli subiti dalla mia gente». Ieri era il suo compleanno, nato nel giorno della memoria, e quando parla della sua “gente” Mais si lascia andare a una dolce tenerezza e tira fuori la dignità e l'orgoglio gentile dei suoi avi. «Ne hanno uccisi tanti. I nostri bambini, le nostre donne, i nostri vecchi. Ma lo Stato turco di oggi non ha colpe. Furono degli estremisti, dei fanatici. Non si può dire che i turchi di oggi sono come quelli di allora. Sarebbe un grave errore e alimenterebbe l'odio tra le nostre genti. Invece bisogna superare il passato. Riconoscerlo, certo, ma superarlo». Ecco, appunto. Lo Stato turco non riconosce quel “genocidio”. Tanto che lo stesso presidente Obama, in visita i primi di aprile ad Ankara, ha messo da parte il termine e si è elegantemente sfilato dalla questione. Il premier turco Recep Tayyip Erdogan ha più volte ribadito che quel massacro fu compiuto dagli ottomani. Altra gente, insomma, e altre colpe. Sì, ma la questione resta, se a dicembre scorso più di 27mila persone, intellettuali e cittadini comuni, hanno sentito la necessità di firmare la lettera “Ozur Diliyorum - Io chiedo scusa”. Tra i firmatari, l'economista Ahmet Islen e l'attrice Serra Yilmaz che al Riformista spiega la sua decisione: «Non volevo firmare quella lettera, perchè io personalmente non devo chiedere scusa. Lo dovrebbe fare lo Stato. Però, visto lo spessore di chi ci governa ho deciso di firmare». Che intende? «A dicembre una deputata di sinistra ha accusato il presidente Gul di avere una nonna armena. Era un'offesa per Gul, poi rivelatasi una calunnia, ma dimostra che esiste un pregiudizio contro gli armeni. In questo, purtroppo, destra e sinistra si equivalgono in Parlamento. Per questo ho deciso di firmare». E un altro turco, il regista Umit Kivanç, autore di un documentario sull'omicidio di Dink, si dice ugualmente sconfortato «Dall'assassinio di Hrant non è cambiato granchè. L'inchiesta dovrebbe essere allargata. Molte prove sono state occultate, non ci sono stati interrogatori. Ma questo è “normale” per gli armeni che vivono in Turchia». E come vivono questi armeni? «Sarebbe sbagliato generalizzare. Molti armeni qui, anche se non si liberano dalla sensazione di avere le ali spezzate, vivono normalmente. Oggi, in Turchia, il problema armeno è essenzialmente un problema psicologico. Il fatto che i nazionalisti e lo stato utilizzino questa questione per questo o quell'obiettivo non cambia il problema di fondo». E i negoziati porteranno realmente a qualcosa? «Credo che sarebbe rischioso per i due governi se i negoziati fossero solo una messa in scena. Vogliono davvero la normalizzazione. Se si dovessero aprire le frontiere dell'Armenia, allora le ditte turche potrebbero approfittarne. Lo sviluppo delle relazioni economiche tra i due Paesi va in questa direzione. Quindi voglio sperare in qualcosa di positivo».


Anna Mazzone (da il Riformista)

Aforismi per la quotidianetà


1. Come può essere importante un libro che non sappia neppure condurci oltre tutti i libri?

2. Saper sopportare la contraddizione costituisce un elevato segno di cultura

3. Non siamo umanitari,non oseremmo mai parlare del nostro amore per l'umanità:nessuno di noi è abbastanza commediante per questo.

4. L'umanità sarebbe perita se veramente fosse vissuta nella sua totalità secondo uno qualsiasi dei sistemi morali.L'umanità esiste ancora grazie alla sua insuperabile immoralità

5. La disumanizzazione della natura e la naturalizzazione dell'uomo.

6. L'uomo valuta ancora se stesso quanto lo valutano gli altri.......egli non si concepisce affatto come qualcosa di nuovo,bensì apira ad assimilare le opinioni di coloro che lo dominano,parimenti educa a ciò i suoi figli........come funzione della totalità egli sente ancora la sua esistenza come massimamente e supremamente giustificata.Perciò lascia disporre di se stesso a genitori,maestri,caste,sovrani per giungere ad una specie di rispetto per se stesso,persino nell'amore egli è il determinato piuttosto che il determinante. Obbedienza,dovere gli appaiono come la morale,egli esalta i suoi istinti gregari in quanto li fa passare per difficili virtù.

7. Spinoza: nelle nostre azioni noi siamo determinati esclusivamente da desideri e affetti

8. Di fatto siamo una pluralità che si è immaginata come unità.L'intelletto come il mezzo di questa illusione



(F.Nietsche - la gaia scienza)

Un anarchico solitario


L’anarchico di destra L’anarchico di destra vede cose, odia l’autorità, s’insospettisce, scorge il male nel mondo arrampicarsi ma dubita che ci siano rimedi. Un po’ cinico un po’ sentimentale ha un’opinione varia sulle donne, legge Houellebecq, ascolta Philip Glass ma Tacito è il suo autore preferito. E’ scettico, inarca il sopracciglio, storce la bocca, lascia a metà il drink, vede gli abusi, i torti, stringe i pugni… ma la natura umana è sempre quella secondo lui, e non ci si può far niente: perfino i giusti, i santi, non appena li sfiora solo l’ombra del potere diventano corrotti e corruttori, le loro idee marciscono, corrodono i corpi dall’interno, fanno esplodere le teste, e tutto il mondo dei politici, dei capibanda, capiufficio, account director, gli editori, i bigliettai, esattori fiscali e segretari, profeti, podestà, riformatori, amministratori condominiali, tuo padre con la cinghia fra le mani, sergenti, presidenti, delegati, sciamani, capiturno, capisala, insomma il mondo di chi può innalzare lo straccio di un potere, anche da niente, è una caserma di mostruosità, teste scoppiate, occhi scardinati di gente che il potere ha trasformato. Sarà sempre così, sempre così finché non ci saremo tutti estinti e il mondo tornerà agli scarafaggi. E’ di destra per questo. In questo senso si definisce anarchico di destra. Non crede che una classe dirigente illuminata possa fare il bene dell’uomo, praticare la giustizia. No, lui si è rassegnato ormai da anni. L’idea lo inorgoglisce, e lo spaventa: si sente all’avanguardia, un po’ in disparte, per niente trendy, a volte disprezzato come se non avesse le idee chiare! Ha quasi solo amici di sinistra, gli equivoci si sprecano a suo danno: se fosse un anarchico di sinistra gli altri lo inquadrerebbero un po’ meglio: romperebbe le scatole ai vicini coi volantini, e anche sul lavoro distribuirebbe opuscoli, farebbe discorsi accalorati coi compagni, tutti lo inviterebbero alle feste. Il nostro amico anarchico di destra a me è pure simpatico, lo stimo, è spiritoso, ma le sue battute spesso hanno un che di acido, che stanca. Non sta mai dalla parte giusta, annoia, diventa malinconico invecchiando scopre di aver ragione da una vita ma che avere ragione conta poco se intanto quella vita se n’è andata. Tanto valeva avere torto e viverla.
(Raul Montanari - su Nazione Indiana - 2003)

HASTA SIEMPRE




Ascolta nostro guevara
d'argentina il canto
primordiale della lotta
che vola sulle terre
finalmente emerse
partiamo per la caccia
più antica fra le felci
gigantesche e in cuore
un deserto di saggezza
vuota e flagellata
da secoli di storia

ascolta abbiam sepolto
anche i poeti sotto
l'albero più alto
stanchi di seminare
la luna inutilmente
nelle città tremanti
ma non più d'amore

E' già scaduto il tempo
inquieto delle attese
dei sogni e le promesse
per ciò che viene dopo
e che si scorda adesso

da Higuera il tuo corpo
ci è tornato acceso
sacro di segni d'uno
cento e mille fuochi
di rabbia e di dolcezza
e con un po' di piombo
che non ha spento nulla


non si tocca la speranza
che ci scorre sulla pelle
e il tuo sorriso mite
di battaglia sarà forse
un giorno il gusto intenso
di abitare sulla terra


ascolta bene Julio
mi general Jimenez
non ci sono lamenti
in questo canto vedi
vogliamo tutto ora
la nostra carne è stanca


(1968)- dal volume "Dalla parte del torto"

Le speranze erano tante,i fallimenti ancor di più,cambiano i cervelli ma il cuore non dimentica,è generoso con chi lo fa battere più forte.

Requiem per i ribelli irlandesi


Con le tasche dei cappotti piene d'orzo
- niente cucine o basi d'appoggio lungo il mio percorso -
ci spostavamo rapidi e improvvisi nella nostra terra.
Il prete dietro ai fossi, tra i pezzenti,
un popolo in marcia a stento, in cammino,
scoprendo nuove tattiche ogni giorno:
colpire briglia e cavaliere con la picca,
scatenare la mandria contro i fanti,
poi ritirarsi tra le sipei per disarcionare la cavalleria.
Fino a Vinegar Hill, al conclave fatale.
Morimmo a migliaia sui terrapieni, falci contro il cannone.
Il pendio si arrossò della nostra onda infranta.
Ci seppellirono senza sudario né bara
in agostro crebbe l'orzo sulle tombe


(S. Heaney)

sabato 25 luglio 2009

MORALE E POLITICA

L'onestà politica altro non è che la capacità politica.Le pecche che possa avere, in altre sfere di attività, un uomo dotato di tale capacità,lo renderanno improprio a quelle sfere ma non già nella politica.

Benedetto Croce - Etica e politica


(dedicato a quelle torme di piagnoni savonaroliani,all'ipocrita moralismo inquisitorio da cortile che imperversa in tante nuove anime candide e all'ineffabile don Sciortino che non ha ancora capito che lo stato è laico e non etico).

CAMILLO BERNERI


Scoppiata la guerra civile spagnola, Berneri fu tra i primi ad accorrere in Catalogna, centro dell'attività di massa libertaria esprimentesi nella Confederación Nacional del Trabajo: qui si trovò a fianco di Carlo Rosselli con tanta parte dell'antifascismo italiano e internazionale. Furono gli ultimi mesi febbrili della sua vita: inadatto alle fatiche del fronte, si dedicò con entusiasmo all'opera formativa, al dibattito ideale e alle incombenze politiche pubblicando a Barcellona dal 9 ottobre 1936 un proprio periodico dal titolo Guerra di classe che sintetizzava la sua precisa interpretazione del conflitto in corso. In esso infatti Berneri, preoccupato per il crescente isolamento non tanto del legittimo governo repubblicano quanto delle più tipiche realizzazioni rivoluzionarie e libertarie conseguite in Catalogna, Aragona e altre regioni, si batté vigorosamente per la stretta connessione di guerra e rivoluzione ponendo agli antifascisti e ai suoi stessi compagni anarchici il dilemma: vittoria su Franco, grazie alla guerra rivoluzionaria, o disfatta. Tale la sostanza di numerosi suoi articoli e discorsi come della famosa Lettera aperta alla ministra anarchica della Sanità Federica Montseny che con altri tre anarchici era nel governo di Largo Caballero.

Molteplici, seppure inascoltati, furono anche i suoi suggerimenti politici per colpire le basi operative del fascismo proclamando l'indipendenza del Marocco, coordinare gli sforzi militari, potenziare gradualmente la socializzazione. Fu dunque quella di Berneri una funzione singolarmente impegnata che lo espose ben presto alle feroci repressioni condotte dai comunisti ormai prevalsi dopo l'avvento del governo di Juan Negrín: scomparvero così tragicamente, vittime dei massacri di massa, migliaia di combattenti antifascisti non comunisti, anarchici ma anche comunisti non stalinisti, come i miliziani del POUM. L'assassinio di Camillo Berneri, sulle cui esatte circostanze esistono diverse versioni [1], si colloca precisamente nella sanguinosa resa dei conti tra stalinisti e loro avversari antifascisti conosciuta come la battaglia di Barcellona (maggio 1937). Il 5 maggio Berneri fu prelevato insieme con l'amico anarchico Francesco Barbieri dall'appartamento che i due condividevano. I cadaveri dei due anarchici italiani furono ritrovati crivellati di proiettili. La moglie di Camillo Berneri allevò i figli di Antonio Cieri, anche lui caduto in Spagna. Camillo Berneri fu sepolto nel cimitero di Sants(Barcellona);purtroppo sul luogo della sua sepoltura pare che sia stato costruito un campo di calcio in occasione delle ultime olimpiadi. Il tentativo di sua madre e di sua moglie di riportarlo in Italia,non ebbe successo ed oggi quindi la sua sepoltura è perduta.

RICORDO Ahmad Shah Massud




Ahmad Shah Massoud, leader dell'Alleanza del Nord e combattente contro il regime dei Taliban è stato ucciso da terroristi suicidi il 9 Settebre 2001, due giorni prima dell'attacco agli U.S.A.
Ha difeso per anni la sua gente nella valle del Panjshir dalla follia dei Taliban, combattendo per un Islam democratico ed un Afghanistan libero. Nella logica dei Taliban il suo assassinio avrebbe dovuto impedire all'Alleanza del Nord di liberare il Paese con il prevedibile appoggio degli Stati Uniti.
Il leggendario "Leone del Panjshir", il "Chè Guevara afghano" lo voglio ricordare sorridente come nella foto a lato, come testimonianza che esiste un Islam diverso dal buio dell'integralismo.

Per milioni di persone alla ricerca degli ultimi personaggi di avventura egli è stato una icona come Che Guevara: l'ideale romantico del guerriero intellettuale. Sembrava un poeta della beat generation, con il suo copricapo tipico delle popolazioni dell'Hindu Kush indossato sempre di traverso, ed una espressione esistenzialista negli occhi. Avrebbe voluto essere architetto quando, da adolescente, studiava al Liceo Francese di Kabul.
Il destino lo ha voluto Mujahidin, combattente per la libertà dell'Afghanistan fino alla fine. Iniziò la lotta con solo 20 uomini, 10 kalashnikov, una mitragliatrice e due lancia-razzi. I riferimenti intellettuali erano: Mao, Chè Guevara, Ho Chi Min, tattiche rivoluzionarie adattate alla situazione Afghana.
Nel corso di poco più di venti anni ha sconfitto un dittatore afghano (Muhammad Daoud) e l'Armata Rossa dell'Unione Sovietica. L'essere sfuggito ad innumerevoli accerchiamenti dei più duri generali russi ed essere stato in grado di tenere in scacco le orde nere dei Taliban, può essere considerato da molti un miracolo.
Ahamad Shah Massoud è stato una leggenda che è nata non a caso in una terra che ha visto passare figure mitiche come Alessandro (Eskandar) e Tamerlano (Timur). Il suo Islam era gentile come il sapore delle pesche del Panjshir, niente di simile alla versione demenziale dei Taliban.

Secondo gli astrologi afghani avrebbe dovuto vivere altri 40 anni, ma sappiamo che così purtroppo non è stato. Gli sarebbe bastato molto meno per vedere un Afghanistan libero.
Avrebbe avuto il tempo di dedicarsi finalmente alle partite a scacchi con gli amici ed alla lettura delle poesie persiane che tanto amava nella sua casa nella valle che sembra la materializzazione di Shangri-La.
Massoud dormiva meno di 4 ore per notte. Ufficialmente era il vice presidente dello Stato Islamico dell'Afghanistan, l'unico governo del paese, riconosciuto dalle Nazioni Unite, ma che controllava solo il 10% del territorio. Con l'ausilio di un telefono satellitare e walkie-talkies coordinava la lotta finanziata con i proventi della vendita di smeraldi e lapislazuli estratti dalle miniere della sua valle.
Nei rari momenti di sosta tornava a casa dalla moglie e dai 4 figli soffermandosi nella sua libreria contenente più di 3000 volumi di cui molti antichissimi.

In tutto il Panjsher Massoud era riverito come un Lord feudale, quasi come un re.
Il più profondo contrasto tra la sua concezione dell'Islam e quella dei Taliban riguardava la condizione femminile, su questo argomento si trovava spesso in contrasto anche con gli altri leader dell'Alleanza del Nord.
Il suo sogno era quello di costruire una università nel Panjshir, soprattutto per dare la possibilità alle donne afgane di studiare, avere un ruolo attivo nel governo del paese e dare inizio ad una emancipazione dal ruolo che tradizionalmente è a loro riservato in Afghanistan.

In una intervista gli fu chiesto come vedeva il futuro: " Per essere onesto, mi piacerebbe passare il resto della vita a ricostruire il mio paese".
E' adesso compito di tutti gli Afghani, superando le divisioni etniche e tribali, realizzare il suo sogno.

IL MITICO LAPINE AGILE


Le lapin agile di Utrillo fa ormai parte della leggenda di Montmartre. In realta', il locale di rue Saint - Vincent si chiamava Le cabaret des Assassins; quando, poi, il caricaturista Andre' Gill dipingera' sulla facciata un coniglio che salta in pentola, il caffe' sara' noto solo come Le lapin a' Gille. All'interno, e nelle immediate vicinanze, era facile per i vari Picasso, Jacques Vaillant, Bannerot ed altri soffermarsi con l'asino Lolo, con la capra Blanquette che masticava tabacco, con un cagnolino che mangiava nelle mani dei clienti o col corvo Chouca che saltabeccava fra le gambe degli avventori. Gill morira' nell'aprile del 1885. Affascinato dalla storia del locale - passato da un certo Salz ad una ballerina di french - cancan; e da questa a due personaggi pittoreschi come Frede' e la sua donna Berthe, che gli faranno conoscere momenti di gloria - Maurice Utrillo lo dipingera', ammantato di bianco, nell'inverno del 1931.Nella Montmartre alta date un'occhiata anche alla curiosa piccola Vigna della Butte e, dall'altra parte della strada, al cabaret Au Lapin Agile. Questo rustico ritrovo notturno divenne famoso alla fine del 1800 tra artisti ed intellettuali. Vi è legato un esilarante aneddoto: nel 1911, il disprezzo del romanziere Dorgelès per l'arte moderna lo portò a giocare un brutto tiro ad Apollinaire, poeta e critico d'arte sostenitore del Cubismo. Legò infatti un pennello alla coda dell'asino dell'oste del Lapin Agile, esponendone poi la tela col titolo di Tramonto sull'Adriatico






BLACKWATER COMPANY - AFGHANISTAN

La Blackwater Worldwide, già conosciuta come Blackwater USA, è una compagnia militare privata fondata nel 1997 da Erik Prince, un ex-Navy SEAL erede di una ricca fortuna di famiglia.

È considerata una delle più importanti PMC (Private Military Company) del mondo, con ruoli di primo piano come security contractor in Iraq per conto dell'Amministrazione Statunitense. In particolare, è il principale contractor del Dipartimento di Stato, cui fornisce quasi 1000 operatori di sicurezza (quasi tutti ex-militari), prevalentemente assegnati ad operazioni di protezione del personale diplomatico in teatro di guerra. Oltre alle attività di protezione diretta, gli operatori della Blackwater forniscono diversi tipi di supporto tecnico e logistico specializzato.

La Blackwater dispone, presso la sua sede di Moyock in North Carolina, di un'enorme area addestrativa (attrezzata con numerosi poligoni e strutture speciali di allenamento) di 7.000 acri, dove ogni anno vengono addestrati o perfezionati circa 35.000 operatori di sicurezza (contractors, militari, agenti di polizia di numerosi Stati degli USA). Le attività addestrative sono ritenute di altissimo livello professionale, e sono caratterizzate dall'estremo realismo degli scenari esercitativi [1].

Nel 2004 l'uccisione e lo scempio dei cadaveri di 4 operatori di sicurezza della Blackwater in un'imboscata a Falluja spinse le forze militari statunitensi ad avviare un'ampia operazione per riprendere il controllo militare sulla città ("Battaglia di Falluja"). Nelle settimane successive all'evento, comunque, le famiglie degli operatori uccisi denunciarono la Blackwater per le numerose anomalie delle procedure operative a cui avevano costretto i loro congiunti, sacrificando la sicurezza ad interessi di "economizzazione" delle operazioni [2].

La Blackwater ha subito inoltre pesanti critiche rispetto alle politiche operative estremamente aggressive tenute dai propri agenti in Iraq; per garantire una forte cornice di sicurezza, i convogli della Blackwater usano abitualmente procedure tattiche preventive e dissuasive molto pericolose per la popolazione ed i passanti delle aree attraversate.

Il 16 settembre 2007, queste procedure hanno portato ad un incidente di fuoco a Baghdad in cui 17 iracheni (di cui almeno 14 civili innocenti) sono rimasti uccisi dal fuoco degli operatori della Blackwater. L'incidente ha generato numerose polemiche, ha condotto ad una revisione delle procedure operative imposte alla Blackwater dal Dipartimento di Stato, ed all'avvio di un'inchiesta del Congresso degli Stati Uniti, in cui sono state valutate anche altre denunce rispetto all'operato della Blackwater in Iraq ed Afghanistan.

Gli agenti della compagnia sono notevolmente aumentati in Afghanistan negli ultimi mesi,dopo massicce campagne di reclutamento in USA e in Europa


Quello che ha deciso Erik Prince, un ex appartenente alle forze specialimUsa (i Seals della Marina) che aveva creato la società una decina di anni fa per l’addestramento nella sicurezza privata. Le guerre in Afghanistan e in Iraq avevano proiettato la Blackwater verso contratti miliardari: ai contractor della Blackwater era stata affidata la sicurezza del personale diplomatico Usa in Afghanistan e in Iraq.

Ma agire da esercito privato ha portato i Blackwater men a pensare di essere onnipotenti, a ritenere che per loro non ci fossero leggi. Così dopo l’uccisione di 17 iracheni per le strade di Baghdad in base alla presunzione di un pericolo imminente, la Blackwater si è vista rifiutare il rinnovo della licenza da parte del governo iracheno. Poi c’è stata un inchiesta del Congresso Usa. Ed appena Hillary Clinton è arrivata al Dipartimento di Stato è stato dato l’annuncio che il contratto che scade a fine giugno non sarà rinnovato.

Per cancellare il passato basta ora cambiare il nome della società da Blackwater a Xe.

Sia come sia la compagnia oggi è in pieno esercizio in Afghanistan.