martedì 8 settembre 2009

SOCIALISMO PATRIA MUERTE.....A VENEZIA


Il caudillo rojo sbarca al Lido. Un monologo senza dialoghi

Luca Mastrantonio - Il Riformista,8/9/2009

Patria, socialismo o morte. È uno dei tanti slogan con cui Chávez è stato accolto dentro la Sala grande, gremita di sostenitori organizzati e spontanei, che hanno applaudito i red brothers in missione per conto di Castro: Oliver Stone e Hugo Chávez. Abitino nero, elegante, con cravatta rossa, vermiglia. Alla destra di Chávez, in sala, il presidente Giorgio Baratta, alla sinistra, il regista che gli ha dedicato un’opera che documenta il suo desiderio di propagandare il processo bolivariano del Sudamerica anche fuori dalla regione.
Se negli anni passati la mostra era formato Macao, un’oasi del cinema asiatico tanto caro a Müeller, dove a puntare sui film venuti dall’est si vinceva sicuro, quest’anno sembra di essere alla mostra del cinema internazionale socialista. Consacrata dalla passerella del caudillo venezuelano Hugo Chávez, una passerella roja come i colori della rivoluzione socialista. A Chávez piacciono i riflettori, le belle donne, il potere, il rosso. Ovunque. Ogni volta che si muove, uomini con berretti rossi e cappellini lo seguono.
Per ore non si è saputo dove fosse Chávez. Anche Oliver Stone ha agevolato la disinformazione. «Il presidente Hugo Chávez qui al Lido per il mio documentario? - diceva ai giornalisti - Non posso dire né sì, né no». Nel tardo pomeriggio si è capito che si è stabilito al Des Bains, l’hotel più chic e decadente del Lido, l’hotel di Morte a Venezia, reso immortale da Thomas Mann e Visconti. Chávez, giunto via aria con decine di guardie al seguito per vaccinarsi dalla paranoica paura di un complotto nordamericano per ucciderlo, ha fatto occupare e bonificare tutto un piano dell’albergo, dove, unico ammesso, ci sarebbe Gianni Minà. Socialismo, patria o morte. A Venezia.
Davanti al tappeto rosso, invece, ha firmato autografi a bandiere rosse, dei comunisti italiani, del movimento No Dal Molin, anche foto di Che Guevara oltre a foto sue. Un grande cartellone lo ha accolto, “Bienvenido presidente”, mentre un altro, vicino all’Excelsionr, invocava la “morte del dittatore”. Vinicio Capossela si aggirava con il suo cappello da cappellaio matto, Lucci delle Iene, per una volta, si sentiva scavalcato dal soggetto del suo servizio: baci, abbracci, autografi, saluti militari, canti e saluti. Ai giornalisti ha detto Chavez: Stone è un grande lavoratore, un cercatore di storie vere, «sono molto felice di essere qui, ho l’Italia nel cuore, viva l’Italia». È la prima volta di un capo di stato alla mostra, raccontano in Biennale. Neanche Mussolini ha avuto tanto spazio, mandava Ciano, in rappresentanza. Chávez è venuto con Nicolas Maduro, il ministro del potere popolare per gli affari esteri.
La Biennale, poi, ci tiene a precisare che Chávez è un invitato personale – persona molto grata – di Oliver Stone. Allora attenzione: il prossimo lavoro di Stone potrebbe essere finalmente un documentario su Ahmadinejad. Inviterà anche lui? E il governo italiano? Chávez è strategico, come Gheddafi, per risolvere il problema dell’immigrazione? Bisogna fermare alla frontiera Aida Yespica e compagnia bella? Su Repubblica, d’altronde, Natalia Aspesi accoglie con entusiasmo, quasi un pizzico di eccitazione, l’arrivo del caudillo. Caudillo? No, un «robusto e sorridente ex generale amerindo», il «più volte eletto presidente del Venezuela tra vari tentativi di golpe» e la sua presenza è «una simpatica alternativa al solito popolo di gente del cinema». Berlusconi, per Repubblica, è un dittatore, il padrone di tutto, un corruttore dei costumi. Chávez, parà golpista, che controlla i media, mette i militari al potere, governa senza opposizione in Parlamento e tante altre cose robuste e sorridenti, invece un simpatico generale.
La conferenza stampa di Stone e Tariq Alì, intellettuale di sinistra radicale sceneggiatore del documento, ha confermato tutti i pregiudizi a favore di Chávez presenti nel documentario. Che poi è un documento, verbale, cioè un lungometraggio in cui vengono intervistati i leader vicini a Chávez. Intervistati non solo senza contraddittorio, per carità, ma senza domande di Stone, che non parla una parola di spagnolo. Né loro una di inglese. Il dialogo. Davvero vogliono dialogare tra loro nord e sudamericani?
Non parlarmi non ti sento. La conferenza stampa è stata anche funestata da un blackout di traduzione. Stone non ha risposto a molte domande, in lingua spagnola, le dirottava su Alì o il produttore. Quando poi la traduzione in cuffia tornava, spiegava che no, «dell’opposizione e delle manifestazioni ne so poco, ero in viaggio ma mi pare che a questa manifestazione non abbiano partecipato in molti. Chávez è molto popolare in Sud America e continua ad essere eletto. Il Venezuela è stato tagliato in due per problemi povertà ma c’è stato miglioramento sociale intervenuto dal 2000 in poi».
Non c’è la Bachelet? Perché «abbiamo avuto problemi logistici per il viaggio», ha aggiunto Stone. Il documentario, sostiene Stone, è stato girato anche per «combattere il livello di stupidità della stampa. Un fenomeno questo davvero impressionante». Per Tariq Ali, è un remake della grande avventura rivoluzionaria di Bolivar, anche se la trama è quella di rapinare, finalmente, la banca dei cattivi. Il Fondo monetario internazionale. Altro obiettivo del documentario di Moore, che compare in quello di Stone.
Con la coppia Chávez-Stone il barometro rosso della festa segna il picco massimo. In un climax davvero originale. Dal comunista riformista di Baarìa di Tornatore al film di Citto Maselli, Ombre rosse. E poi, dal documentario di Michael Moore contro il capitalismo, al film di Luca Guadagnino, Io sono l’amore, sui disastri di una dinastia industriale italiana. Anche Cosmonauta si tinge di rosso comunista, mentre il bellissimo film di Soderbergh, The informant! (chi lo dice che non ci sono belle commedie ai festival?), con Matt Damon nei pani di un biochimico al centro di truffe agro-industriali di cui è vittima e carnefice al tempo stesso, per il suo bisogno di inventarsi storie e cacciarsi nei guai. Una specie di Mister Ripley, ma il talento innato è quello di cacciarsi nei guai. Una risata, meno amara del Cattivo tenente di Herzog, che ci ha disseppellito dalle bandiere rosse.
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Articolo da incorniciare a perenne testimonianza della betise umana e di certa stampa mai paga di scalare vette di ridicolo. A proposito,Chavez è il nuovo idolo dei sinistrati politici e degli intellettuali firmaioli.

4 commenti:

  1. Per forza,il direttore della mostra è un ex-maoista,che volete pretendere!

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  2. Questi sinistrati continuano a coprirsi di ridicolo.io non son certo un fan di Berlusconi,ma se va avanti così,lo diventerò.Tutta questa gente è da rottamare

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  3. c'è anche Mina?Ma non era morto?

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  4. marzio,moncalieri09 settembre, 2009 18:42

    questa cricca di Pravdarepubblica (nome indovinato)fa veramente pena.Chavez un simpatico caudillo!Questi son fuori di testa,non san più che dicono,ormai è tutto da ridere,compreso la mummia-evasore che han per direttore.ma ormai giocano troppo sporco e gli rimaranno solo i lettori impasticcati.Ma le altre testate,dirette spesso da dilettanti,non ne approfittano,o almeno credo.Pensate al figlio di Calabresi,sul suo giornale scrive anche chi firmò il famoso appello contro suo padre!

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